sabato 23 giugno 2012

Padova sotterranea: le mura




Martedì 26 Giugno 2012 Ore 17.30
SALA PALADIN DEL COMUNE DI PADOVA


Il progetto “Padova Sotterranea” nasce dalla collaborazione trentennale fra Comitato Mura e Gruppo Speleologico Padovano CAI. Da fine 2008 la collaborazione ha assunto la forma di un progetto organico di ricerca che mette a frutto le rispettive, consolidate competenze e ha come obiettivo l'esplorazione e il rilievo sistematico degli ambienti ipogei del fronte bastionato rinascimentale, ancora in parte ignoti, inesplorati o non ancora rilevati e documentati. Il progetto, approvato e sostenuto delle autorità comunali, si attua fin dall'inizio in stretta collaborazione con il Settore Edilizia Monumentale, con cui vengono concordati modi, tempi e luoghi delle esplorazioni e a cui sono consegnati i rilievi fotografici e cartografici delle aree esplorate.

In tal modo, senza costi per l’Amministrazione, grazie al lavoro volontario dei membri delle due associazioni, la città acquisirà una grande quantità di dati e conoscenze che potrà indirizzare e stimolare l'attività di riscoperta, recupero, tutela e valorizzazione culturale del patrimonio pubblico costituito dalle mura di
www.muradipadova.it Padova.



INVITO ALLA PRESENTAZIONE DELLA RICERCA
Padova sotterranea: le mura
Interverranno
Flavio Zanonato
Sindaco del Comune di Padova
Luisa Boldrin
Assessore Lavori Pubblici - Edilizia Monumentale del
Comune di Padova
Angelo Soravia
Presidente della Sezione di Padova del Club Alpino Italiano
Adriano Verdi
Presidente del Comitato Mura di Padova
La ricerca sarà presentata da
Adriano Menin
Gruppo Speleologico Padovano del Club Alpino Italiano
Fabio Bordignon
Comitato Mura di Padova
Martedì 26 Giugno 2012 Ore 17.30
SALA PALADIN DEL COMUNE DI PADOVA


lunedì 23 aprile 2012

Un sabato di ordinario prearmo

L'inizio dell'avvicinamento stavolta è una plumbea galleria, una delle tante che costellano l'arditissima strada provinciale che si inerpica dalla pedemontana Arsiero fino alle nude e bellicose rocce dell'Altopiano dei Fiorentini. 

Il sentiero si dipana ai lati della strada, c'è ancora neve per terra, tentiamo di seguire le orme del capogita Mauro, l'unico (per un caso fortuito a suo dire) ad avere gli stivali; in capo a pochi minuti siamo tutti con i piedi fradici, Mauro compreso.


Gli attrezzi ballonzolano appesi all'imbrago, fornendo una metallica colonna sonora alla nostra marcia, che di trionfale ha ben poco: siamo in vergognoso ritardo, complice la colazione venezuelana offertaci da Winder e il tappo della benzina che ha deciso di prendere il volo dopo essere stato lasciato sul tetto della macchina; guardo con bramosia verso la vicina Folgaria, darei un rene per poter essere lì a farmi un'ultima sciata, mi concedo comunque un sogghigno beffardo al pensiero di tutti quei personaggi che, al posto di godersi la natura, vanno a rinchiudersi nei centri commerciali. Raggiungiamo l'ingresso della grotta e diamo inizio al rituale dell'armo fatto di corde, sacchi, moschettoni ed eresie, queste ultime spesso determinanti per una buona riuscita dell'operazione; srotoliamo una matassa, mettiamo anelli, avvitiamo piastrine, Winder e Mauro fanno guide e conigli. Vista la mia manualità da tetraplegico, mi astengo dal fare nodi, un giorno forse il corso si trasformerà da “corso di introduzione alla speleologia” a “corso di introduzione al suicidio” e quando verrà quel momento la mia opera verrà non solo apprezzata, ma addirittura richiesta a gran voce.


Vado a rannicchiarmi in un angolo come l'ultimo degli stronzi, la grotta, vista la quota, è piuttosto fredda, lo stillicidio e la forzata immobilità fanno il resto. Tanto per aggiungere un carico da undici alla mia condizione miserabile, ed affossarmi ulteriormente nell'autocommiserazione spengo anche l'impianto, anche perché a batterie sono ai piedi di cristo; da un angolo della mia mente si fa strada una voce sorniona che sussurra: “chi è lo sfigato adesso? Quello al centro commerciale?”. Scendo il pozzo da trenta, per la prima volta nella mia biennale carriera di speleologo sono felice al pensiero di dovermi fare una risalita nel vuoto: viste le temperature ogni sforzo fisico è ben accetto, e per me salire un pozzo nel vuoto è l'equivalente della maratona di New York fatta a piedi scalzi a ferragosto.


Alla fine del pozzo i miei due compagni di masochismo sono già alle prese con la sfida successiva, mentre sto ancora tentanto di sbarazzarmi del sacco con la corda che mi sta castrando, il capospedizione Mauro mi intima di fare una bambolina con la corda avanzata: eseguo alla meno peggio, non osando pensare alle bestemmie che tirerà il disgraziato che dovrà disarmare domani. Un altro pozzetto e siamo quasi in fondo: l'aborrito 45 finale, passo la corda a Mauro, Winder sta già finendo la sua campata e io me ne torno indietro, l'armo è finito e di scendere il 45 per poi doverlo subito risalire non se ne parla nemmeno, piuttosto vado ad urinare, visto che ho la vescica ridotta ad un gavettone, tanto per non essere volgare.




Attendo che tornino su i miei fedeli consociati, ed iniziamo il percorso inverso, Mauro non manca di polemizzare schernendomi con canzonacce politicamente schierate mentre pedalo forsennatamente per sottrarmi alle sue invettive. Come spesso accade usciamo prima del previsto, c'è ancora luce, ed il senso di appagamento è totale: impossibile spiegare a chi non ha passato ore (o giorni) nelle interiora di una montagna cosa si prova una volta fuori, con le endorfine che ruggiscono impazzite, e gli occhi che corrono avidi verso panorami che definire meravigliosi è riduttivo. Il momento contemplativo è finito: al grido di battaglia “boia can” emerge Mauro in tutto il suo fulgore ipogeo, cincischiamo ancora qualche attimo, il tempo di avvisare il CNSAS che oggi avranno un intervento in meno da fare, e ci incamminiamo verso la macchina.

Vipera

mercoledì 21 marzo 2012

E IO TI BATTEZZO...

Busa di Castelsotterra – Montello (TV) – 18 marzo 2012
Anche quest'anno, come vuole una tradizione che si perde ormai nella notte dei tempi, i sacerdoti del fango hanno assolto con cura al loro dovere di ungere con il fango stramaledetto del “casteo” le innocenti gote dei neo corsisti, alla loro prima sgrottata. Inutile dire che i sette fortunati eletti hanno davvero apprezzato questo solenne momento di intensa spiritualità. E adesso, dopo la scorpacciata di fango e scalette via con le corde! A domenica prossima e...benvenuti nella banda!
Ciccio .




venerdì 13 gennaio 2012

ERA ORA!

- 40
La voce di Marco risuona nel meandro:

- Qui non si passa!

Una nuova colonna di ghiaccio ha inglobato la corda del traverso e ostruito il passaggio. Per fortuna abbiamo un martello con noi ed inizia allora una sistematica battaglia contro il ghiaccio, ma alla fine ci troviamo tutti all'imbocco del primo pozzetto degli “stolti” con un'aria gelida che ci  taglia le orecchie. Ci dividiamo in due gruppi  e ci diamo appuntamento al vecchio bivacco a -450. Poi sono corde, meandri, gallerie, sacchi, stillicidio: tutto quello che serve insomma per rientrare in sintonia con la grotta e ritrovarsi su passaggi percorsi ormai un'infinità di volte.

Era Ora..! Ciccio package?
-750

Tiriamo fuori il ryobi dal sacco stagno: sembra in buone condizioni anche se ormai è più di un anno che è lì sotto, proviamo a metterlo in moto, ma dopo i primi tentativi...nulla, come al solito del resto! Siamo in un posto davvero in culo al mondo, con tre pozzi nuovi da scendere, ma 'sto giro però non ci siamo fatti fregare e abbiamo con noi anche altri due trapani che sembrano incredibilmente funzionare. Con damiano smontiamo candela e puliamo il filtro dell'aria e poi tocca a tebe provare la sorte:dopo qualche tentativo il motore comincia incredibilmente a tossicchiare e poi parte! Questo è il segnale che aspettavo: oggi le cose gireranno bene! In un attimo ci troviamo con tre trapani funzionanti...E ancora i tre pozzi da scendere. Mi sembra davvero troppo. Oggi possiamo davvero sognare! Ci dividiamo in due squadre: Io tebe e damiano sul pozzo “era ora”, marco u, dado e mauro sugli altri due pozzi.

Materiale ne abbiamo in abbondanza, i trapani vanno, lo scorrimento d'acqua lungo i pozzi non sembra essere un problema. Allora non ci resta che scendere! Tebe e damiano iniziano così ad armare, mentre io li tallono con il rilievo:

- Come va!

- Va! va!Continua!

Scendo anch'io il primo salto e tra i massi intravedo la partenza del secondo salto, e poi giù ancora!

- Ci serve ancora materiale: corda e attacchi, qui si scende alla grande!

Mi fermo con il rilievo e inizio a risalire, e intanto sento la voce di dado che sta scendendo.

Mi dice che gli altri due sfondamenti purtroppo chiudono dopo una trentina di metri. Un attimo dopo sono giù anche marco e mauro. Tagliamo un capo morto per recuperare un po' di corda per gli altri e mentre dado e marco raggiungono i due punteros con qualche attacco e lo spezzone, io e mauro risaliamo per recuperare tutto il materiale recuperabile. Quando ridiscendo giù mi pare davvero incredibile! Siamo tutti sulla cengia di un bel fusiode di una cinquantina di metri che sembra scendere deciso e pulito verso chissà dove. Nell'attesa, mentre tebe e marco scendono armando, completo i tiri di poligonale del rilievo.

Vedo le loro luci farsi sempre più piccole fino a sparire.

-900

Finalmente la voce di marco da sotto:

- Scendete con il rilievo!

Io e dado ci fiondiamo giù. Alla base del pozzo parte un meandrino che va, ma un passaggetto stretto quanto basta però ci chiude per oggi la strada. Oltre si allarga ancora e si sente un bel rumore di acqua! . Per oggi qui finisce l'avventura: abbiamo utilizzato tutto il materiale che avevamo, altimetro e  rilievo concordano e ci dicono che siamo scesi di circa 150m.

È un nuovo fondo del complesso, nel punto più distante dall'ingresso e in un posto davvero strategico per intercettare una possibile via d'acqua verso la sorgente del caoron. Sarà da tornare presto perciò lasciamo il pozzo armato e risaliamo...Siamo strafelici per le nuove possibilità esplorative e anche (o soprattutto) per non doverci trascinare fino alla locanda un bel po' di sacchi di materiale (ryobi, 250 m. di corda bagnata, una quarantina di attacchi, ecc.), considerato che abbiamo già un sacco a testa.

Il resto è come sempre il lento rientro in cui ci concediamo anche una divagazione alla “sfangata” tanto per complicarci la vita e fare un po' di speleo-turismo nelle gallerie dello Zio Tom. Dopo una ventina di ore di punta siamo ancora alla locanda dove ci aspettano i sacchi a pelo per un meritato riposo, e qualcosa di caldo da mangiare. Poi è ancora ozio post-punta prima di metterci in marcia verso fuori.

All'esterno ci accoglie un timido sole e una spruzzata di una quindicina di centimetri di neve che ha imbiancato tutto. Allo spartiacque la solita telefonata a michela sotto un cielo che si sta colorando d'azzurro. In casera tony murer e daniele ci aspettano: casera calda, fornela accesa, pane e speck, birra ghiacciata. Ci raccontano che anche l'altra punta sul pozzo “halloween” ha fatto grandi cose! Aspettiamo così mauro, tebe e dado che si sono fermati a fare una breve sosta al vecchio bivacco a -450 e che devono disarmare il p60 e l'ingresso.

Un tramonto spettacolare ci saluta colorando i piani eterni di splendidi riflessi dorati.

La neve caduta sembra voler proteggere l'enorme rete di buio che abbiamo sotto i piedi. 


Anche questa volta la grotta ci ha regalato qualcosa di grande, e davvero guardando la piana e i piani eterni dal porzil mi chiedo quando mai finirà quest'avventura... 



Era Ora TEAM..!


Ciccio

giovedì 22 dicembre 2011

Norra

Parcheggiamo davanti ad un pugno di case poste alla fine della strada, vecchie case di montagna che ci scommetterei dentro hanno caminetto, stufa ed occupanti ben oltre la sesta decade di età, testimoni di un mondo che probabilmente va a scomparire.
Ci incamminiamo io, la Giulia, Matteo, Pacho (a quattro zampe) e JP, quest’ultimo brandisce svariati arnesi tra cui un piede di porco che ben si abbina al suo scandaloso sottotuta nero dandogli le fattezze di un Diabolik dei poveri; qualcuno potrebbe scambiarci per scassinatori, non fosse che nemmeno il più cerebroleso dei grassatori si avventurerebbe per un sentiero di montagna con intenti predatori.
La giornata è tutto sommato discreta, un timido sole contribuisce a rendere la temperatura sopportabile, abbandoniamo la strada asfaltata all’altezza di una catasta di tronchi e seguiamo un sentiero in parete, al suolo un tappeto di foglie attutisce i nostri passi, sotto di noi si apre la valle di Riofreddo, l’ennesimo meraviglioso e poco conosciuto scorcio di quel Veneto che per me rappresenta il mondo intero.
Siamo già arrivati: mi sbarazzo della mia tenuta da sciatore fallito per infilarmi nella più consona (e lurida) tuta speleo, mentre Matteo mette giù una corda, in maniera tale da evitare che qualcuno (nome a caso: io) si ammazzi nel tentativo di raggiungere l’entrata della grotta.
Ci infiliamo in essa, ognuno di noi trasporta qualcosa chi la mazzetta, chi il badile, a me tocca il secchio che comincio a trascinare negligentemente, la grotta è il classico paradiso del masochista: di starsene eretti nemmeno a parlarne, nel migliore dei casi si procede gattonando, quando non ci si trova costretti ad un ipogeo passo del giaguaro dove al posto delle urla di un sergente istruttore ci sono sassi appuntiti e strettoie.
Dopo un interminabile tragitto, dalla presumibile durata di una ventina di minuti, arriviamo al cosiddetto punto di scavo, dove ci apprestiamo a disostruire un condotto invaso da una soffice e scura sabbia; sotto le istruzioni del capogita Matteo ci mettiamo di buona lena: la Giulia si ficca in fondo con la vanga, Matteo sposta avanti la sabbia con la zappa, JP la butta nel secchio ed io lo svuoto, è tutto molto divertente e sembra di essere in spiaggia peccato manchino il mare e, dettaglio trascurabile, il sole.
Invertiamo i ruoli, io e JP prendiamo il posto della Giulia e Matteo, che ci ringalluzzisce con la propagandistica frase “si lavora bene in quattro”, ora siamo noi sul fondo, andiamo avanti per un bel pezzo alternandoci nel budello finale, un posto dove persino muovere la testa diventa una sfida niente affatto scontata.
Nessuno ha l’orologio e Matteo vuole andare a vedere il ramo principale, del quale la nostra spiaggetta è una diramazione, lo seguo sebbene sappia che bisognerà attraversare un laghetto, ma oggi ho deciso di farmi del male, quindi mi accodo. L’acqua mi stritola il piede in una morsa terribile che mi fa tornare alla mente un sabato del marzo 2010, quando mi avventurai per la prima volta in vita mia in una grotta, esco dalla pozza, vorrei piangere ma mi limito ad un paio di bestemmie ben assestate, compagne inseparabili di ogni spedizione, Matteo e JP gironzolano, sgusciano in condotti vari, riscoprono salette, io mi butto scompostamente per terra attendendo il loro ritorno.
Torniamo indietro, il solo pensiero di riattraversare l’artica pozza mi apre scenari di agghiacciante angoscia e ne ho la drammatica conferma appena ci torno dentro, dopo un disperato tentativo di stare fuori dall’acqua il più possibile; esorto poco educatamente JP a darsi una mossa, con un paio di eresie per enfatizzare la mia richiesta.
Ripercorriamo tutta la strada, che sorprendentemente dura meno di quanto pensassi, sebbene i sassi, le strettoie e le imprecazioni siano esattamente le stesse dell’andata; usciamo fuori che è ancora chiaro e risaliamo, la corda tiene ed in qualche maniera riesco ad arrampicarmi fino a su senza rompermi l’osso del collo ed esibendomi in performance che definire ridicole sarebbe pietoso. Ce ne torniamo verso la macchina, Pacho ci precede caracollando gioiosamente per il sentiero, facciamo una breve sosta per osservare un covolo che si apre nella parete di fronte a noi, ipotizziamo, progettiamo, favoleggiamo, vediamo o forse crediamo di vedere una traccia di sentiero che porta ad esso, mentre le montagne attorno a noi ci osservano con fare sornione ed accondiscendente, consce della nostra meschina natura umana, così insignificante rispetto a loro. 

Vipera

mercoledì 19 ottobre 2011

UN'AGGHIACCIANTE DOMENICA


Foto: Francesco Sauro Buso della neve di Zingarella
La sveglia suona impietosa alle sei un quarto, destandomi e spingendomi ad infelici pensieri del tipo “quanto stronzo devo essere per svegliarmi ad un orario del genere di domenica?”, ai posteri l'ardua sentenza. In gruppo trovo l'esimio Dottor Sauro e sua eminenza Jean Pierre (per comodità da adesso in poi li chiamerò “gli amorevoli uzbeki”) che mi rendono edotto sul fatto di essere appena arrivati; precisazione superflua, non mi sarei mai azzardato a pensare che potessero arrivare puntuali. Confabulando e con espressioni corrucciate i due prelevano nell'incerta luce dell'alba quattro sacchi (dei quali uno, scelta veramente felice, si rivelerà senza uno spallaccio), li riempiono di corde e mi intimano di salire nella macchina del presidente, dove trovo la Martina che sonnecchia beatamente; alle sette e tre quarti ci dirigiamo verso quell'ameno luogo di villeggiatura dai più chiamato con il roboante nome di “Altopiano dei Sette comuni”.

La nostra meta è il Buso della neve di Zingarella, per raggiungere il quale siamo costretti a percorrere silenti sterrate circondate da mistiche conifere, dove nemmeno il più ardito dei fungaioli osa mietere il suo micotico raccolto; i pochi minuti residui di avvicinamento diventano da subito una vera e propria via crucis per il sottoscritto che, ascoltando le fuorvianti direttive di JP ha lo zaino carico di roba perché, a suo dire, “farà molto freddo”. Fa talmente freddo che una felpa basta e avanza ed il sole che illumina lo stupendo scenario che ci fa da cornice ha ben poco di autunnale; procedo tra bestemmie smozzicate, momenti di pesante autocommiserazione e dubbi esistenziali: in grotta non ci vado da maggio e la recente svolta vegetariana potrebbe avere risvolti poco simpatici sulle mie prestazioni fisiche.

Scendiamo per un sassoso sentiero fino all'imboccatura dell'abisso, tra una pietra e l'altra occhieggia qualche reperto rugginoso, come per rammentarci che qui, dove noi oggi ce la ridiamo, poco meno di un secolo fa i nostri coetanei ci morivano. Salutiamo la Roberta, che per cause di forza maggiore non può unirsi a noi, pochi metri e siamo sul fondo, attorniati da torreggianti pareti di roccia friabile, sotto ai nostri piedi uno (si spera) spesso strato di ghiaccio che con grande cortesia ci lascia uno spiraglio per permetterci di scendere in grotta. Da insondabili abissi arriva l'aggraziata voce di Francesco che sbraita di muoverci visto che sta gelando, scende JP, dà il libera, è arrivato il mio turno mollo il discensore e comincio a calarmi in un ambiente che avevo visto solamente nelle foto di repertorio: le familiari rocce sono coperte di neve ghiacciata, neve che probabilmente è lì dai tempi in cui ai miei genitori nemmeno passava per la testa di mettermi in cantiere, e fa decisamente più freddo del solito.

Arrivo in salone, accolto dagli arcigni amorevoli uzbeki e dopo poco arriva anche la Martina, la sala è ammaliante, quasi ipnotica: una scarpata di neve a metà della quale si erge una maestosa colonna di ghiaccio, concrezioni dello stesso materiale e Francesco che ne approfitta per farci fare le belle statuine e scattare foto con tanto di imprecazioni verso il dispettoso apparecchio fotografico. Il tempo stringe ed il clima poco invitante ci incalzano, su invito di JP mi ficco personalmente in un cunicolo dal pavimento ghiacciato per sincerarmi che non vada da nessuna parte, dal quale ne esco incastrandomi, perdendo la sensibilità nelle mani ed inzuppandomi completamente, il tutto sotto lo sguardo sornione del caro presidente. Dall'altra parte Francesco ha trovato il pozzo, come al solito di lui abbiamo solamente vaghe e preoccupanti testimonianze che arrivano da qualche metro più in basso, la partenza è molto incoraggiante: una lastra di ghiaccio ne copre il fondo e per evitare di uccidermi devo puntare i piedi contro gli scarponi ramponati di JP (che nel frattempo mi canzona).

Scendiamo ancora: il pozzo è ghiacciato e molto stretto, il sacco si impiglia, cominciano le mie consuete conversazioni ipogee con l'elemento divino, passo il frazionamento, il pozzo si allarga un pochettino, finisco tanto per cambiare nella neve. Siamo alle battute finali: c'è un pozzo da 50 e poi la grotta sembrerebbe chiudere, orologi non ne abbiamo ed a questo punto gli unici due eletti che scenderanno fino in fondo saranno gli amorevoli uzbeki, la Martina farà un pezzo tanto per dare un'occhiata ed io nel frattempo risalirò: accolgo la notizia con sollievo, non sono certo veloce a fare i pozzi e per oggi basta e avanza.

Torno su piano piano, arrivo alla strettissima partenza del pozzo, dopo ripetuti sforzi e contorcimenti grotteschi (nel vero senso della parola!) riesco a passare, torno in salone, risalgo la scarpata e nei pressi del primo pozzo sento ansimare dietro di me, chiamo “Martina” due, tre volte e ricevo come unica risposta lo stesso inquietante ansimare. Quando ormai si stanno per concretizzare scenari paranormali la dolce signor(in)a Schiavinotto finalmente si degna di rispondermi, facendomi passare dal timore verso l'ignoto alla vereconda consapevolezza di essere, per dirla con un eufemismo, lento nella progressione. Mal comune mezzo gaudio: il tempo di uscire assieme (la cengia iniziale scarica terribilmente) ed emerge Francesco; il suo ghigno animalesco, villoso e malefico (considerando che ha anche fatto in tempo a disarmare, assieme al suo degno compare JP) sembra suggerirmi che forse è meglio se mi dedico alle bocce.
Vipera..