venerdì 11 febbraio 2011

APPUNTAMENTI AL BUIO 2011


Anche quest'anno abbiamo organizzato gli "Appuntamenti al Buio", 3 serate dove la protagonista assoluta è la speleologia.
Le serate in programma sono veramente imperdibili:

18 febbraio - Spedizioni speleologiche in Montenegro: una terra selvaggia alle porte di casa, tra i latrati dei lupi, il caos dei villaggi, e l’incredibile vuoto sotterraneo della catena del Prokletije.

4 marzo - Krubera. L’incredibile storia della grotta infinita. l’abisso più profondo del mondo, nelle terre georgiane. I suoi 2000 metri di profondita’ raccontati dai pertecipanti alle spedizioni, in un viaggio nel sogno.

18 marzo - Cambia prospettiva! ecco l’altra faccia delle Dolomiti, quella sotterranea, quella poco conosciuta ma di un fascino irresitibile. Abissi senza tempo in montagne senza tempo.

Vi aspettiamo quindi a Padova, in Via Cornaro 1/B (preso la sede del Club Sommozzatori), dalle 21.00 in poi. Ingresso libero.

martedì 5 ottobre 2010

Cenote, un sogno alle porte di casa



«I piccoli sogni abitano dietro casa. I grandi viaggi finiranno quando non si avrà più il coraggio di sognarli.» M.R.

Ho gli occhi che bruciano del riflesso del sole sulla neve fresca, mentre un fastidioso nevischio trasportato da una leggera brezza continua a sferzarmi il viso. Dietro di me un serpentone di gente arranca faticosamente lungo una morena sovrastata da alte pareti su cui occhieggiano imbocchi di grotte inesplorate. Qualche escursionista passando lungo il sentiero guarda stranito i nostri zaini enormi, carichi di matasse di corda, tende, piccozze, chiodi da ghiaccio, caschetti speleo e altre diavolerie. Sembriamo una spedizione che si sta avviando a conquistare qualche montagna in chissà quale luogo sperduto del mondo. E invece no… siamo sulle montagne di casa, le Dolomiti, un luogo che non riusciamo mai a realizzare definitivamente quanto sia unico e magico, quanto poco o niente abbia da invidiare ad altre montagne, magari più alte, più grandi, ma mai più eleganti. Esplorare quassù è un grande privilegio. Le Dolomiti sono la frontiera della speleologia del futuro. Lo penso affacciandomi sulle altissime pareti di San Cassiano, a 3000 metri di altezza, osservando un tramonto che colora una distesa di montagne sconfinate: Civetta, Marmolada, Sella, Sassolungo, Odle… Quante pareti, quanta roccia, e chissà quanto ancora si nasconde là dentro di quel Regno di Fanes, quel luogo magico, che deve esistere, e noi lo sappiamo.

Siamo quassù, in cima alle Conturines, per esplorare uno degli abissi più in quota delle Alpi. Un ingresso grandioso, a 2930 metri, il Cenote, detto anche “Buco nell’Acqua”. Già… perché se voi cercaste questa grotta su una cartina scoprireste che un tempo questo ingresso enorme era un bel laghetto alpino dalle acque blu scuro, che se ci guardavi dentro sembrava non avessero fondo. Nel 1994, pare in seguito a un crollo della parete, il lago si è improvvisamente svuotato. Tolto il tappo, come da una gigantesca vasca da bagno. E si è aperto l’accesso a una grotta, scavata attraverso un grande ghiacciaio interno, un luogo freddo, sferzato da un vento sinistro, troppo affascinante e spaventoso per rimanere lì inesplorato.

Oggi siamo qui insieme agli amici del CSProteo di Vicenza, in particolare Matteo e Lina, compagni di altre esplorazioni, con cui condividiamo il modo di pensare, di essere, di concepire quella speleologia che va oltre le frontiere. Con loro anche Angelo e Gianpaolo. Gian in particolare è l’unico tra noi che è entrato nel Cenote cinque anni fa. Insieme con il compianto Paolo Verico, erano stati trasportati lassù da un elicottero della finanza, per poi scendere nel ghiaccio per oltre 100 metri fino ad affacciarsi su una voragine profondissima che non avevano potuto scendere per mancanza di materiali. Il vento freddo che congelava le tute e le attrezzature bagnate, insieme con il brutto male che si era portato via Paolo pochi mesi dopo, avevano poi smorzato gli entusiasmi esplorativi. Nessuno da allora è mai tornato laggiù.

Questa volta siamo un bel gruppo motivato, legato da una forte amicizia, deciso a tornare a casa con un bel risultato, anche per ricordare Verico e dare luce a quel grande pozzo che lui aveva scoperto cinque anni fa. Molte sono le incognite. Prima di tutto il meteo. Di questa stagione a tremila metri non si scherza, una bufera di neve può farti perdere la strada del ritorno, il freddo può fare il resto… Seconda, il ghiacciaio interno: cosa sarà successo in questi anni? Il passaggio sarà ancora aperto? Terza: il caldo e il sole. Sì perché anche una giornata troppo bella e calda rischia di sciogliere la neve e far precipitare nella grotta una cascata di acqua che il vento è capace di congelarti addosso, per farti finire come un succulento stoccafisso della bofrost. E poi tutto il resto.

Montato il campo all’ingresso, grazie anche a quattro di noi che si sono prestati come portatori e che ora ridiscendono a valle, la prima squadra si prepara ad entrare. Sono le 5 del pomeriggio e le nebbie che ci hanno accompagnato fin d’ora cominciano a diradarsi mostrandoci l’imbocco nella sua imponenza. Luca, Gian e Jean Pierre, dopo aver litigato con il trapano, che come sempre si rifiuta di andare nei momenti importanti, cominciano la discesa del ghiacciaio interno. Le cose sono abbastanza cambiate rispetto al 2005, la via nel ghiaccio si è spostata e bisogna seguire l’aria per trovare la strada giusta. I tre arrivano così a un fondo cieco, sembra che non ci sia speranza. Ma, come al solito, Jean ha l’intuizione giusta e con una breve risalita a piccozza e ramponi raggiunge una finestra che da accesso a un incredibile condotta di ghiaccio che porta su altri pozzi tra le pareti di roccia e il ghiacciaio. È sera ed entra una seconda squadra. Matteo, Lina e Angelo che hanno il compito di avanzare fino all’imbocco della voragine interna e tentare di scenderla. Io, Crispino e Doomenico aspettiamo ancora fuori fino a mezzanotte che esca nel frattempo la prima squadra. Quando entriamo scendendo veloci lungo le corde troviamo Lina alla disperata ricerca di un po’ di stillidio per riempire delle bottiglie. Ci avverte che la situazione là sotto non è delle più amene, tutti stanno soffrendo la sete. La grotta è in condizioni ottimali, asciutta, fredda, congelata. Ma secca. Soffriremo tutti moltissimo, perché quella poca acqua di scioglimento che beviamo è senza sali, quasi amara, e fa male. Ma non ce ne rendiamo conto e la pagheremo poi cara risalendo con nausea e conati di vomito.Quando arriviamo in cima al pozzone, Jean sta risalendo, mentre Matteo e Angelo sono sotto un centinaio di metri. So capire ormai solo sentendo il tono della voce di Jean che cosa c’è la sotto. Il pozzo deve essere davvero enorme e c’è molta incertezza sul fatto che le corde che abbiamo possano bastare. Dobbiamo recuperare una 30, l’ultima e scendere dagli altri, ma siamo scettici di poter toccare il fondo. Scendiamo veloci lungo una grandiosa lingua di ghiaccio mentre l’ambiente si apre sempre più sotto di noi perdendosi in un nero spaventoso. Con un pendolo si raggiunge la parete di roccia e ci si rende conto che il ghiacciaio è sospeso come un gigantesco trampolino che si affaccia nel vuoto. Altri cinquanta metri più in basso troviamo gli altri due appollaiati su un minuscolo terrazzino. Ci dicono che in totale abbiamo ancora 50-60 metri di corda, guardando giù si intravede il fondo, un ambiente gigantesco, nero nerissimo. Angelo, risale, mente Matteo rimane con me e Cristiano che sta scendendo. Dall’ultimo frazionamento lo vedo scendere e diventare sempre più piccolo. Giunta le corde e continua nel vuoto per almeno sessanta metri. Da sopra la visione è impressionante. Vedo un omino minuscolo sperduto in un ambiente gigantesco. Poi di colpo una bestemmia rimbomba tra le pareti del pozzo. Tre metri… mancano solo tre metri di corda al pavimento! Sembra una presa in giro. Siamo tutti concordi che non usciremo da qui se non avremo raggiunto il fondo di questo baratro. Così Matteo si sacrifica risalendo il pozzo per recuperare la corda del traverso che si trova in testa alla voragine. I suoi ramponi stridono contro la parete, mentre pezzi di ghiaccio continuano a cadermi addosso… uno mi colpisce il braccio… la cosa mi mette ansia, ma alla fine va tutto bene e Matteo fa ritorno con la corda necessaria.

Questa volta non è una bestemmia ma un urlo di soddisfazione che rimbomba nel pozzo quando Cris tocca il fondo. E anch’io continuo a urlare mentre scendo. Non ho mai esplorato un ambiente così impressionante. Ci troviamo nel salone tutti e tre per un autoscatto di rito e poi, stanchissimi, ci mettiamo a girare nell’ambiente, senza altre velleità esplorative. Il pavimento della sala è un enorme rock glacier. L’ambiente supera i 100-120 metri di lunghezza raggiunge i 60 metri nel punto più largo, 40 in quello più stretto. Il baratro ha quindi un volume di circa 900.000 meri cubi. Non sappiamo quanto sia profondo il ghiaccio, ma con ogni probabilità si tratta del più grande ghiacciaio interno esplorato delle Alpi. Addirittura sul fondo del salone si può osservare una sorta di cordone morenico, che ci dice che tutto quell’ammasso si muove, si modifica.

Siamo tutti e tre molto emozionati. Io e Teo siamo però anche molto stanchi. Sono le 5 di mattina, siamo a circa –280 di profondità, e sappiamo che da fuori difficilmente scenderà qualcuno ad aiutarci a disamare. Per fortuna che l’adrenalina ha rinvigorito Cris che risalirà disarmando tutto senza fare una piega, mentre noi ci avviamo con i sacchi verso l’esterno. Sopra il pozzone troviamo Lina, unica che ha avuto pietà di noi ed è scesa ad aiutarci. Penso che si sarebbe meritata anche lei la discesa del pozzone e mi spiace non potergli dire «vai, scendi a vedere che c’è là sotto…»

Tante volte pensiamo che per trovare cose che ci emozionino, per esplorare davvero sia necessario andare lontano geograficamente. Risalendo penso che “andare lontano” non sia questione di chilometri, di angoli opposti del mondo. Si può essere distanti da tutto anche nelle montagne di casa. Si possono scoprire cose mai immaginate anche qui. Penso di non essere mai andato così lontano come quei momenti passati nell’enorme buio del Cenote, nel cuore delle nostre montagne.

Al rifugio scorrono fiumi di birra, mentre qualcuno si accascia russando sul tavolo tra le risate degli altri, solo un po’ più lucidi. Anche se nessuno lo dice, sappiamo che tutti i brindisi vanno a Paolo Verico, al suo Baratro, che a lui dedichiamo, come è giusto che sia… perché le persone rimangono legate per sempre ai luoghi che illuminano. Anche e soprattutto qui, nel cuore delle Dolomiti.

Francesco Sauro

Hanno partecipato (in ordine sparso)

Matteo Burato, Lina Padovan, Angelo Roncolato, Gianpaolo Visonà, Martina Schiavinotto, Greta Guidi, Winder Alexander Gonzalez, Federico Buia, Domenico Carletto, Luca Gandolfo, Jean Pierre (Marco) Zocca, Cristiano Zoppello, Francesco Sauro.


La condotta scavata nel ghiacciaio dalla corrente d'aria.

Il Baratro Paolo Verico, dal basso.


Il gruppone.

martedì 7 settembre 2010

Frammenti di viaggi dal punto di vista della nebbia

Il fumo della sigaretta di contrabbando filtra trai denti del pastore. Le sue labbra contratte da un sorriso, il viso segnato dal tempo, percorso da rughe fonde come le notti passate a fuggire nelle sue montagne.
Sorride, parla delle “sue” montagne, del vuoto che contengono e di cui ha spesso intuito l’esistenza. Restiamo a gambe incrociate, io e Guido, sopra spessi tappeti di Persia, cercando di intuire quale possa essere la posizione più rispettosa da mantenere in fronte al padrone di casa.
Comunichiamo, mescolando lingue, gesti, espressioni, mentre il pastore albanese, steso trai cuscini ci osserva, divertito dal nostro cercare il buio nel suo regno delle pecore e delle montagne impervie.
Da un angolo della baracca, la moglie, che osa avvicinarsi solo in presenza del marito, poggia ai nostri piedi due ciotole colme di caffè turco. Si allontana in silenzio dopo averci raccomandato di essere pazienti, poiché la polvere di caffè ha bisogno di sedimentarsi prima di berlo.
Al di fuori di quelle assi di legno, lontano dalle candele che illuminano la baracca, più in là, oltre il recinto delle pecore, aldilà del crinale dove ululano i lupi, il giorno precedente eravamo affacciato sull’orlo dell’abisso.


Marco, fumante di sudore, accaldato dagli spit appena piantati, scende in quello che doveva essere l’ultimo buco dei quindici che abbiamo scoperto vagabondando a piedi sulla catena del Prokletje.
Uno squarcio colmo di neve, uno di quegli ingressi che speri che non nasconda una grotta. Un cunicolo alla base di una parete, un filo d’aria, qualche sasso da spostare, uno spit piantato in fretta.
Si schiude una piccola sala, la quale termina con un meandro sfondato su del nero. Il nostro accurato profondimetro azzarda un “20 metri”.
Ci guardiamo soddisfatti, getto una gassa di corda su un “solido sperone di roccia” e scendo. Mi apposto all’ingresso del pozzo a piantare un paio di spit. 20 minuti di smartellate, poi placchette, poi moschi, poi coniglio, poi.. vedo che un caro collega è deciso a scendere prima di me, è il signor “solido sperone di roccia” che nel frattempo si era stancato di reggere il mio peso e ha optato per l’estremo gesto. Si schianta sul fondo del pozzo, simpatica coincidenza quella di aver attaccato la longe al nuovo spit pochi istanti prima. Marco inarca le sopracciglia e impreca, ma impreca in modo misurato e conciso, secondo il suo carattere. Poi ristabilito il suo equilibrio mi invita a seguire il sasso, giù, nel nero mai illuminato.
Un terrazzo, traverso, corde ovunque, spit, smartellate, attacchi inaffidabili, cordini, vuoto nero ed irraggiungibile alla luce del carburo, e poi discesa. La corda da 40 termina, e sono immerso nel vuoto, le pareti lontane mi raccontano che ai loro piedi esiste uno spazio ben più grande del meandro da cui provengo.
Giunto la corda, passo il nodo, scendo altri 20 metri, tocco il fondo. Le pietre si assestano sotto il mio peso, il loro rumore risuona alle mie spalle. Mi volto, un enorme portale a V rovesciata mi osserva in silenzio, aldilà solo spazio vuoto.
Punto il mio faro, mi slego, corro, mi rovescio sul sacco, cado, lo lancio per terra, continuo a correre aldilà, nel nero che non riesco ad illuminare, urlo, chiamo Marco e John, e la fine non è ancora parte del mio sguardo. Provoco una frana, sbatto il ginocchio, bestemmio, rido ad alta voce, agitato, felice, impaurito, arrampico su enormi macigni, urlo ai miei compagni di scendere, e la fine è ancora lontana.
La mia corsa termina su una parete ai piedi di una grande galleria, mi volto, Marco giunge in quel momento a 100 metri di distanza dalla parte opposta della sala, in silenzio, ci rendiamo conto nello stesso istante delle dimensioni di quel vuoto, e nonostante la distanza non avevo difficoltà a vedere il suo sorriso..
Lui cammina con calma, godendosi ogni attimo, fermandosi di tanto in tanto, mi raggiunge, sorride ancora, mi stringe la mano, in modo pacato ma profondo, facendo attenzione a non lasciarsi trasportare da ciò che lo circonda ma al contempo trasportato dall’immensità. Sempre composto e posato esprime i suoi sinceri e ponderati apprezzamenti per ciò che stava vivendo, mentre John senza nemmeno aver visto nulla ululava dalla cima del pozzo la sua voglia di scendere.


Uno sbuffo di fumo leggero, si solleva di nascosto dal cortile della fumeria, ed inizia il suo delicato cammino verso il cielo di Sarajevo. Un cielo terso, in una città di ciottoli, di vicoli stretti, di artigiani che calcano i loro ghirigori sui pentolini di metallo, con cui la sera usano bollire il loro caffè turco. Dalla torre della moschea, un uomo invoca il suo canto antico e sapiente, che entra nei cortili, oltrepassa le case basse, le acque del Miljaka e risuona trai condomini sereni, graffiati ancora dal passato, ma sereni.
Cedo a John la pipa del narghilè, lui la stringe tra le mani come uno scettro. La porta alla bocca, il vaso gorgoglia, si alza il fumo ancora una volta.


La nebbia sale leggera e si disperde, lasciando alla pioggia l’ultima possibilità di amare il sole. I due esplodono in un arcobaleno immenso e terribile, silenzioso ma loquace. Scivoliamo dalle sue parole all’esplorazione in un istante impercettibile.
Quasi senza accorgermene mi ritrovo sul fondo di un buco a scavare sulla sabbia assieme al Guasto, seguendo i racconti del vento di grandi gallerie e immense sale aldilà di quel sifone .
Mani usate come pale si congelano all’aria, grattando sulla sabbia umida, stringono macigni, creano il vuoto. Ci strattoniamo l’uno con l’altro dentro quella strettoia, passandoci il materiale e il coraggio per credere che c’è qualcosa oltre, e che non dobbiamo tutti tornare indietro a testa ingiù a carponi, spingendo con le mani verso un fondo chiuso e pericolante. Ma l’aria sostiene che non è la fine, una galleria, ancora acqua, un cunicolo, una frana, aria che si perde e domanda forse un altro esploratore in un altro momento. Torniamo indietro.
Saliamo le pareti di un pozzo, ghiacciate ma ampie e levigate, più in là un meandro labirintico, un dedalo di gallerie e di punti interrogativi. Uno di questi punti interrogativi diventa un punto esclamativo, quando ci apre la strada ad un tunnel cilindrico di 4 metri di diametro che placido s’addentra nel ventre della montagna. Altra frana, altri cunicoli, l’aria dove và? Boh? Che importa.
Torniamo indietro.
Spostiamo due sassi, un cunicolo ci presenta una frana gentile, che ci somministra un’ennesima strettoia. Ancora una volta ci spingiamo l’un l’altro, ci incitiamo l’un l’altro, ci offendiamo l’un l’altro, ci abbracciamo l‘un l’altro, alle porte di un nuovo vuoto.
Il fondo di un pozzo, sassi mescolati a mandibole, piccoli femori, ossa ingiallite, piovute da un nero più in alto, 30 metri più in alto sulla cima del pozzo. Corriamo giù per la galleria nuova, 50 metri di discesa per poi schiantarci in una parete liscia, e il meandrone che continua poco più alto, che và da qualche parte per qualcun altro in qualche altro giorno. Torniamo indietro.
Per oggi siamo sazi, gonfi di cibo e amicizia e buio, ci ritroviamo seduti sulla frana appena forzata, ognuno sul suo sasso pericolante, ognuno con la sua dose di esplorazione appena iniettata nelle vene, strappo la linguetta dal brick di Tavernello.
John osserva le pareti. A luce spenta, osserva le ombre delle rocce, striscia con la mente sempre più lontano, sempre più all’esterno.
Il Guasto sembra stanco, ma non riesce a frenare l’entusiasmo, agitato da un’intera giornata di esplorazione, dalla “prima esplorazione”; la sua cicca arde veloce, risucchiata dai suoi pensieri.
Ingoio il primo sorso di Tavernello, e osservo i miei compagni. Ora lo capisco, esplorare non mi interessa nulla, in realtà sono qui per condividere questo momento.
Il fumo della legna bagnata oltrepassa il folto degl’alberi, s’innalza aldilà delle chiome delle latifoglie, avvolge le cime dei larici. Annuso il profumo di carne sul fuoco ben prima di giungere al campo, e ne sento il gusto sulla lingua già da molte ore ormai. Da appena ho finito il brick di Tavernello, questa notte, nell’abisso Blu.
Oltrepassiamo correndo i prati folti di cardi e aconito, la traccia segata trai mughi s’infrange su un boschetto inclinato, ammantato di un vago profumo di casa. Un profumo che il Cicca è in grado di ricreare ovunque si trovi. Ci avviciniamo al focolare, treni di domande, bottiglie di vino, salsicce alla brace, il calore del fuoco, e intorno lo stesso silenzio della grotta.
Ringrazio Anna, per il panino fornitoci di nascosto prima di entrare in grotta, nonostante il rigido razionamento alimentare del Cicca.
Parliamo ancora una volta dei nostri sogni di buio e usando l’alcool come slittino pian piano scivolo verso il sonno più nero, raggomitolato davanti al fuoco.
La mattina, la luce mi filtra tra le palpebre e giunge dritta al cervello, mi sveglio. Con un bastone il Cicca cerca le patate tra la cenere, ne trova una, la scarta dalla stagnola, me la porge per colazione. La mando giù con gli ultimi sorsi di grappa.
Aldilà del prato John e il Guasto dormono ancora nella loro tenda montata su un pendio inclinato, quasi sfondandola da un lato.
L’Anna ancora coricata, ha deciso di combattere il freddo della notte dormendo praticamente sopra le braci ardenti.
Il Cicca che non ha bisogno di dormire, beve un sorso di caffè, si arrotola l’ultima sigaretta e quando nemmeno si è volatilizzata l’ultima sbuffata di fumo, è già in cammino per il ritorno. Con in testa il terrore di non aver più tabacco nemmeno in casera e di dover quindi divallare.
Gli altri si svegliano, alcuni vanno a prendere l’acqua, altri nascondono il materiale da grotta in un piccolo covolo, sperando non venga rubato dall’inverno.
Mi trattengo ancora un po’ sul prato di Cimia, solo, per raccogliere dei cardi […]

JP



Il Salone dell'Antica Osteria (Foto: Luigi Russo)

lunedì 30 agosto 2010

PE 2010: la prima volta non si scorda mai

Ed eccomi qui, appena tornato da questa “cinque giorni” in PE. Imprevista. Perchè dopo il weekend di inizio agosto passato lassù ero convinto che "per questa estate non torno, devo lavorare sulla tesi" e invece...
Invece mi ritrovo dieci giorni più tardi a riflettere che mi era bastato un fine settimana, meno di 24 ore, per capire che in quel luogo ci stavo bene, mi ci sentivo a casa e mi sentivo accettato. Non dalle persone, non solo, ma da ogni sasso, da ogni arbusto, da ogni buco...
E così, quando Anna mi ha informato che se volevo un passaggio lei era disponibile, ho cominciato a saltellare per la gioia: per quest'estate non avevo ancora finito con i PE!!!
Il giorno dopo sono a Padova.
Convincere Anna, tornata da appena dodici ore dopo una punta di 5 giorni, a partire il pomeriggio stesso mi costa solo una birra e qualche sigaretta: alle 21 siamo al Boz, con il cielo cupo di nuvole e il rifornimento a base di panino special (pastin, cipolla e formaggio) è indispensabile per affrontare sereni la marcia forzata che ci attende.
A mezzanotte siamo in casera, dove Jean, Jonny e il Cicca ci aspettano. In dono portiamo una bottiglia di buon vino friulano, ed in cambio otteniamo un ottimo minestrone seguito da un impegnativa porzione di “Ammazzamario”.
Mentre mangiamo si fanno i programmi per l'indomani, ma ascolto solo da un orecchio: comincio a sentire la stanchezza della giornata ed il sacco a pelo mi pare un ottimo posto dove passare le successive ore... e poi a me basta essere lì, qualsiasi cosa arriverà, andrà comunque bene......

In mattinata ci organizziamo: in programma abbiamo di arrivare fino al Pian di Cimia, sistemarci per la notte e partire alla ricerca di una grotta/bivacco permanente, da utilizzare come base per le future esplorazioni nella zona.
Cominciamo ad ammassare i beni di prima necessità: 2 litri di vino (poi saggiamente fatti diventare 3), mezzo litro di grappa e tabacco. Poi vengono, come ordine di importanza, viveri e attrezzature varie.
Stipiamo tutto negli zaini, ma prima di partire è d'obbligo uno spuntino a base di soppressa e vino Perla. Alle 12 ci avviamo verso la nostra destinazione, distante 3 ore di tranquillo cammino. Arrivati al Passo, il tempo, indeciso fino a quel momento, fa la sua scelta, e comincia a piovere. Un paio di sigarette al riparo sotto la cerata e arriva la tregua; si riprende il cammino sulle rocce e sull'erba che, causa acqua, sono diventate da “leggermente scivolose” a “bastardamente infingarde”... In ogni caso giungiamo alla piana dove, neanche il tempo di montare le tende, e la tregua finisce: passiamo tre ore ammassati sotto il telone, tirato alla menopeggio, assieme agli zaini, pasteggiando, bevendo, fumando e delirando. La scomodità non riesce però a scalfire il buonumore, né il mio né quello degli altri: saranno sicuramente delle ottime giornate!
Sono le 18 quando all'improvviso la pioggia smette, il cielo su di noi si libera e sopra Belluno, in fondo alla valle, si disegna un magnifico arcobaleno: non è una tregua, questa è la fine delle ostilità!
L'ora però è ormai tarda, per cui una volta montate le tende ci attrezziamo per la cena e poi, dopo la giusta quantità di festeggiamenti, andiamo a letto.
...Il bilancio della prima giornata è terribile: ci resta un solo litro di vino, un quarto di grappa e meno di quaranta cartine per quattro persone (il Cicca è tabacco-indipendente)! La pioggia ha scombinato i piani e ora tutto è più difficile...

La notte è pessima: tra Jonny che russa, il fondo della tenda che assomiglia alle gradinate dell'Euganeo, e l'umidità imperante (visto che da bravo campeggiatore dilettante, degno delle peggiori Giovani Marmotte, non ho considerato necessario il dormibene), non chiudo occhio... e nonostante ciò rimango ancora ottusamente convinto di trovarmi nel posto giusto al momento giusto!
In ogni caso la sveglia delle 5 per vedere la più bella alba che potessi immaginare, è una liberazione...
Spettacolo di luci, colazione e siamo pronti per partire alla ricerca del grottone/rifugio. Basta poco per trovare uno spazio adatto a fare da magazzino: è sufficiente. La scoperta di quello che l'indomani verrà battezzato il “Magazzino dei Cardi” ci permette di dedicare il resto della mattinata al bellissimo sport che è l'avanzata tra i mughi, alla ricerca di qualche altro buchetto vicino al già da poco noto abisso Bluet.
Mentre porcono giulivamente tra gli arbusti a poca distanza da Jonny, notiamo due fori interessanti. Essendo io il più vicino dei due ho l'onore di affacciarmici: il primo ha come biglietto da visita un pozzetto da 3 metri, forse disarrampicabile in libera da qualcuno, ma non certo da me; il secondo ha invece un pozzo un pochino più lungo, circa 5-6 metri... Nel dubbio uso il profondimetro......... Ok, non era per nulla necessario ma intanto non si sa mai, e poi era da troppo tempo che sognavo di lanciare un masso dentro un pozzo e contare...

A pranzo si decide che l'attività in esterna è sufficiente e quindi il pomeriggio si va a continuare l'esplorazione dell'abisso Bluet. Ci sono 3 attrezzature per 4 persone, ma Anna si chiama fuori: saremo Jonny, Jean e io... Non sto più nella pelle! A meno di quattro mesi dalla fine del corso ho l'opportunità di sperimentare di persona quelle sensazioni finora solo lette sui libri di Cesco Sauro, Gobetti, Casteret e Bertarelli, e ascoltate dalle parole dei “vecchi” e navigati punteros: quel misto di eccitazione e timore per ciò a cui stai andando incontro, ovvero un luogo forse vasto, forse piccolo, facile oppure difficile da superare, in poche parole ignoto... e nessuno può dirti cosa troverai, perchè nessuno c'è mai stato. Puoi solo chiedere <> e sperare che Buio ti accolga e non ti cacci per averlo ferito col tuo led ed averlo disturbato con la tua voce ed i tuoi passi...
Quando finalmente i preparativi sono ultimati, io sono inquieto... Ma porco cane! Dopo due giorni di ingiustificato ottimismo, proprio sul più bello mi viene la tremarella?!? Ovviamente comincio lo stesso la discesa, ed al primo frazio, con Jean Pierre che mi guarda dall'alto, mi vergogno per come lo affronto: mi sono incasinato di meno alla prima uscita del corso!!! Il corpo si rifiuta di rispondere alla testa che, da parte sua, è completamente nel pallone senza motivo apparente... ma in qualche modo arrivo in fondo al pozzo, dopo una discesa orribile dal punto di vista mentale oltre che stilistico.
Mentre Jonathan arma avanti, scende anche Jean e con lui comincio a guardarmi finalmente un po' intorno... ed ogni passo è un brutto pensiero che se ne va, mi faccio assorbire dalla grotta, saltello da sasso a sasso e infilo la testa in ogni buchetto, come un bambino curioso alle prese con un nuovo balocco, e ad un tratto capisco che la mia inquietudine era dovuta alla paura di non essere all'altezza, di rallentare il “lavoro dei grandi”, di non riuscire a tornare fuori da solo... A all'improvviso tutto ciò non c'è più: i miei compagni di avventura, mi accorgo, sono lì per giocare e, se possibile, portare a casa qualche metro illuminato in più, e la grotta sembra che oggi voglia stare al gioco: il divertimento può cominciare, e a me è tornato l'entusiasmo che mi ha accompagnato fin da quando sono salito in treno alla volta di Padova! Fa freddo, tira aria, siamo stesi nel fango a scavare con le mani per poi fermarci di nuovo pochi metri più avanti ed aspettare di nuovo, magari in posizioni ancora peggiori, tremo e ho fame... ma in realtà non mi importa, sento il respiro della grotta, ne sono immerso, e mi sorprendo a scoprire che va all'unisono col mio.
Avanziamo, se chiude ci giriamo e torniamo indietro, arrampico senza la minima apprensione pareti che fino al giorno prima avrei definito per me impossibili senza troppe riserve... <>. Mi va, vado e va anche il cunicolo: ora sto urlando agli altri che <>. E continua...
E imparo l'ennesima cosa: l'emozione non è l'essere il primo, l'emozione è vedere che c'è ancora da fare, che il gioco continua, non è finito! In fondo alla galleria passa avanti Jonny, io mi sento soddisfatto... è più o meno la stessa sensazione di quando si va per la prima volta in bici senza rotelle, o a nuotare senza braccioli: non puoi dire di essere autonomo, non ancora, ma ti rendi conto che sei un passetto più vicino a farcela.
... Galleria delle Fantine, sala del Castellino, galleria delle Ciocchette, galleria dello Scherno... e quando sembra di essere arrivati in fondo, basta spostare due sassi e si parte di nuovo, attraverso il Serpente Arcobaleno...
Sono le 20, abbiamo guardato, risolto alcuni interrogativi e ce ne siamo posti altri... e ora comincia a farsi sentire la mia poca esperienza: di colpo mi accorgo che ogni passo è sempre più incerto e pesante, i passaggi più semplici richiedono molta, troppa attenzione...: in poche parole sono cotto.
L'ascesa verso il Cielo è un Inferno, sono veramente lento, ma nonostante questo non mi sento un peso per gli altri: le magie dell'avere una buona compagnia!!!
Arrivo fuori esausto, barcollante tra i mughi, sotto un cielo ormai buio e nuvoloso: tra dolore e fatica, soffrente come un cane, per la testa, che è ormai da tempo alla deriva, nuotano solo pensieri masochistici sul volerlo rifare il prima possibile...

... Poi i ricordi si confondono... La camminata fino al bivacco con i crampi allo stomaco per la fame, un pasto veloce innaffiato con il vino rosso saccheggiato in Isabella da un'eroica Anna (<>... rischio scongiurato!) e il mai così amato sacco a pelo, nella tenda messa in discesa, ancor più scomodo della sera prima: non ho mai dormito così bene...

Il giorno dopo si torna in casera, anche perchè il vino e la grappa sono finiti, così come il tabacco, e quindi siamo seriamente a rischio di instabilità mentale. Nonostante le nuvole non ci sfiora neanche una goccia.
La sera festeggiamo con minestrone, patate, zucchine e cardi. E vino, naturalmente! È l'apoteosi!

Giovedì 19, si torna a Padova dopo le fermate obbligate al Boz, per mangiare e bere, nel bar più a valle, per fumare e bere, e a Pedavena (che tanto eravamo di strada), perchè avevamo sete.
Ed ora sono qui, appena tornato da questa “cinque giorni” in PE. Imprevista, ma che prevedibilmente non sarà l'ultima...


Guasto

Abisso Bluet

JP

Jonny


Alba da Cimia

lunedì 23 agosto 2010

CLAC in festa!



Vi invitiamo a questa iniziativa nata per festeggiare i 35 anni dalla fondazione della Comunità per le Libere Attività Culturali, di cui il Gruppo Speleologico Padovano fa parte.

Il Gruppo Speleologico Padovano partecipa all'evento con le seguenti attività:

  • Tutti i giorni: Mostra fotografica dell'Associazione La Venta; mostra del Gruppo Speleologico Padovano su cartografia e rilievo.
  • Sabato ore 22.00: Proiezione del film L'abisso, di Alessandro Anderloni, soggetto di Francesco Sauro.
  • Domenica ore 21.00: documentario da definire
  • Sabato e domenica, ore 16.00: Visite guidate nelle Mura di Padova (in collaborazione con il Comitato Mura di Padova

Vi aspettiamo il 27, 28 e 29 agosto 2010 nel Parco dell'Ex Macello di Via Cornaro 1 B, a Padova.

L'iniziativa è aperta a tutta la cittadinanza, con INGRESSO LIBERO E GRATUITO

Altre info su: http://www.clacpd.org/

giovedì 19 agosto 2010

Verso Cimia

Esplorare significa percorrere un territorio, imparare a conoscerlo passo dopo passo, capirne i capricci, le stranezze, il carattere... e infine sapersi far guidare da quell'istinto che non nasce da noi, ma dalla nostra unione con quell'ambiente, da una sorta di interazione energetica che fa in modo che già "sappiamo" ancora prima di voltare l'angolo e scoprire cosa ci sia oltre.

Conoscere le viscere di un massiccio carsico è un'operazione intellettuale che richiede anni di fatiche, di sogni, di smentite e di sorprese. E più quel labirinto diventa grande, più ci si ritrova persi e ci si rende conto che il vero obbiettivo non è trovarne l'uscita, ma costruire una geometria, una sorta di mandala gigantesco che sgorga dalla nostra mente e si materializza in un luogo.
Quest'anno il labirinto ci ha portato verso Cimia. Questo posto, una specie di terrazzo sospeso sopra i versanti della Val Falcina, rappresenta per me ancora qualcosa di misterioso e ammaliante. Lontano da qualsiasi punto di appoggio, raggiungibile solo attraverso sentieri ripidissimi. Lontano da tutto. Ma così vicino a quell'idea del sistema che ci stiamo costruendo nella nostra testa da renderla reale.
È stata senz'altro la più bella avventura di questo campo estivo 2010. Decisi fino alla testardaggine a partire, in tre uomini e una quota rosa, più il Mauretto di ritorno da Isabella che non poteva esimersi di fermarsi a farci compagnia.
Poteva non esserci nulla, ma le vene del sistema erano ormai così scoperte che non poteva esimersi da rilassarsi un po' e lasciarci esplorare.
Ne è bastato uno di buco, uno dei sicuramente tanti pozzi che la mughera, sorta di selva dantesca della perdizione, custodisce tra i suoi tentacoli. Grotta bellissima che abbiamo la fortuna di scendere io e Jonny, mentre Mauretto e la Greta si cimentano in improbabili equilibrismi sul mugo alla ricerca di altre entrare all'epica frase di "Ok, ora andiamo!".
Subito non ci credevamo, ma il grande pozzo continuava a scendere con una candida lingua di neve e ghiaccio e ci inghiottiva in gallerie tracheali dai pavimenti ghiacciati. Avrà avuto il mal di gola la signora? E noi stavamo lì a fargli il solletico fumandoci una meravigliosa sigaretta nel cuore di una condotta freatica di 5 metri di diametro. È stata davvero una delle esplorazioni più entusiasmanti che io abbia fatto, sarà perché sembrava tutto così incredibile ma in fondo così lineare e ovvio considerando il resto del sistema che si diramava tentacolare sotto i nostri piedi.

Ora non mi preoccupa quale sarà il futuro dell'Abisso Bluet, il suo passato è già scritto e a noi basta sognare abbastanza per ripercorrerlo fino a riperderci nuovamente nel labirinto a disegnare nuovi percorsi. E poi ci si è aperta la porta del Walalla quando quell'incredibile arcobaleno si è stagliato dalla Gusela al Pizzocco, dopo ore di canti assurdi ad aspettare sotto i faggi grondanti pioggia il ritorno del sereno...

Cesco

Verso Cimia

Cimia

Mauro e il Chulasco



Mauro e l'abitante del Chulasco


Abisso bluet

Bluet un po' fradici e con facce poco intelligenti... vedi Jonny.

martedì 3 agosto 2010

Buona la prima!


Finalmente ci siamo! La mattinata è fantastica: aria frizzante, sole, cielo terso. All’orizzonte i monti si stagliano nitidi, quasi ritagliati su uno sfondo di carta azzurra. La statale sembra filare dritta dritta nel loro cuore, a cercare un po’ di umido e di buio. Penso a quanti vuoti sono rinchiusi sotto al loro mantello verde, a quanti segreti siano intrappolati tra i loro scheletri di pietra.
La strada mi sembra un elastico, prima si tende agganciata ancora ai pensieri di ogni giorno: Michela, i piccoli, la casa, poi mi lancia via verso il buio dei Piani Eterni, verso i loro segreti.
Così mi trovo con Cesco a casa di Marco e Marta e dopo due chiacchiere e un caffè ci dirigiamo al caoron per posizionare la sonda per il sospirato tracciamento, il lavoro ci porta via qualche ora e poi rientriamo al Boz dove becchiamo anche Simone. Solita birra e panino con pastin e … arrivano gli altri in discesa dalla casera, così ci “tocca” un’ultima birra e poi via davvero!
Poi è strada forestale, porzil, casera, pasta, materiali da preparare, sacchi, corde, zaini: rituali ripetuti e ormai consolidati nel tempo.
E alla mattina finalmente è PE10! Basta poco per riprendere confidenza con la grotta, con il suo profumo, col suo respiro, percorrendo luoghi ormai familiari, frazionamenti, passaggi, punti di sosta: un viaggio come sempre, un ritorno a casa, alla Locanda!
E qui si intrecciano speranze, sogni, fatica, nel tentativo di percorrere più strada possibile all’interno della montagna, provando a seguirne il respiro.
Provo a mettere in fila qualcosa di quello che abbiamo fatto:
Il pozzo vuvuzela che ci spara quasi 100 m più sotto dei Bimbi Sperduti, fino a sfiorare i -900, nella speranza di beccare il fantomatico collettore, ma qui l’acqua si prende gioco di noi, chiamandoci da oltre un passaggio impraticabile e facendoci solamente immaginare la via che lei ha scavato nei secoli. Ci riproveremo però, scendendo uno degli altri pozzi lasciati in sospeso!
Il laminatoio TDC che ci fa quasi tirare un sospiro di sollievo quando ci rendiamo conto che chiude: non so chi sarebbe sceso con il materiale per armare un pozzo lì sotto!
Le enormi gallerie di Magor tormentate da faglie, frane, crolli, che sembrano volerci dire che di lì non si passa, che lì solamente il respiro della grotta può permettersi di fare ciò che vuole.
E poi le forre di Moby Dick, altro luogo splendido, dove camini alti anche più di 40 m portano dentro l’acqua dalle creste di Cimia, dove c’è ancora moltissimo da esplorare, sperando di sbucare prima o poi fuori da qualche parte.
Ma è già venerdì ed è ormai ora di timbrare il cartellino per la fine punta e di pensare alla strada che ci separa dall’esterno. Ancora sabbia, sacchi, fango, meandri, acqua, pozzi, e poi la luce che illumina la neve alla base del pozzo d’ingresso: c’è ancora il sole! Un sorso magico di birra e c’è perfino il tempo per scaldarsi con gli ultimi raggi. Un tramonto spettacolare ci accoglie allo spartiacque. Il tempo di telefonare e poi ancora mughi e finalmente casera, minestrone, vino, chiacchiere, grappa.
Anche il rientro a valle è salutato da una giornata eccezionale, tra i preparativi di chi scende e di chi si prepara per la punta in Isabella. Un ultimo sguardo alla piana di Erera e ai Piani Eterni dal porzil e poi giù. Faccio fatica a dirigere il furgone verso Feltre e verso la pianura, mi fermo fuori della valle a guardare ancora una volta su e provo a immaginare l’acqua che scorre dentro alla montagna e penso a quei puntini di luce quasi invisibili che si muovono dentro a una ragnatela di gallerie e pozzi, penso che mai si potrà nemmeno immaginare di esplorarla che rimarrà per sempre solamente regno incontrastato dell’acqua e del buio e sicuramente è giusto che sia così.

Non male come prima punta del campo! quasi 900 m. di rilievo, due nuovi fondi a -870 (pozzo vuvuzela) e -840 (TDC), raggiunto il limite esplorativo a monte di Magor, rilevato ed esplorato tre forre nella zona di Moby Dick (Achab, Pequod, Ismael).
Grazie a Cesco, Mauro, Simone e Omar(vv) che hanno condiviso quest’avventura e naturalmente a Michela che riuscita a sopravvivere alle tre pesti!


Ciccio


Altre foto e racconti su: http://labisso.blogspot.com/2010/08/eterni-piani-eterni.html