giovedì 11 luglio 2019

Castel Sotterra

Prima uscita del corso.
Ho visto i miei nuovi compagni due volte soltanto, non li conosco ancora.
Nel viaggio parliamo, ci conosciamo.
Arriviamo ci vestiamo impacciatamente e non senza aiuto. Entriamo.
Buio, odore di grotta (in tutto il corso non sono riuscita a definire questo odore in nessun modo, ogni grotta ha il suo, eppure sono uguali), sassi, fango, tanto fango, voci calme, bestemmie.
Fuori piove, dentro sembra scomparire tutto. Prima un passo poi un altro.
Seguiamo l'acqua, ci corre a fianco incurante di tutto. Ci infiliamo in una srtettoia, ho già gomiti e ginocchia ammaccati.
Saliamo, scendiamo, sorpassiamo massi enormi.
Entriamo in un meandro, tutto si fa più stretto e bagnato. Poi si apre in una spiaggetta.
Mangiamo poi cominciamo a risalire.
Altre botte, lividi, graffi e fango, fango ovunque anche in bocca.
Usciamo, ci spogliamo, i lividi si fanno sentire.
Ridiamo, beviamo, chiacchieriamo.
Il giorno dopo a scuola mi fa male poggiare i gomiti sul banco.
Nelle uscite seguenti la storia si ripete; lividi ovunque a volte di più a volte meno.
Ma le grotte mi attraggono troppo per rinunciarvi.
Una cosa ho capito durante questo corso: la felicità e il divertimento di entrare, esplorare, scoprire questi posti bui, supera di gran lunga i dolori dei giorni seguenti.


Alice

martedì 2 luglio 2019

Grottando


La prima uscita ha avuto un inizio un po' particolare, diluviava e ci siamo cambiati sotto la pioggia.
Impacciato non sapevo bene dove mettere la roba a terra e come successivamente metterla addosso a me.
Alla fine dopo check degli istruttori eravamo pronti. Imbrago, maglia rapida, e partendo da destra kroll, rinvio, discensore e longe ci dicevano.
Siamo entrati nella terra già umidi… e ne saremmo usciti fradici.
Le prime strettoie sono state pura esaltazione per il mio spirito. Stavo davvero facendo quello che per anni avevo immaginato ma che credevo distante dalla mia portata, quasi una cosa elitaria.
Così, subito, come per voler scremare la folla, una schiena d'asino con il soffitto a cinquanta centimetri dalla faccia doveva essere attraversata strisciando. La "buca delle lettere". Che ha portato al "battesimo" durante il viaggio di ritorno con una "pittata" di argilla sulla faccia e conseguente espressione idiota nella foto di ricorrenza…

Il battesimo alla "Buca da lettere"
La palestra è stata la prima vera scarica poderosa di quella sensazione che ho scoperto adorare tanto: la
possente unione tra l'impotenza nei confronti del vuoto e il fascino lussureggiante che mi provoca, le vertigini, la concentrazione nel far muovere le mani nel modo giusto e di far fare loro cose altrettanto corrette altrimenti la fine di tutto per sempre…
Le prime salite su corda… non molto lunghe ma totalmente sgraziate perché alle prime armi. Ricordo il traverso e ricordo quella paura di togliere una parte di sicura della mia vita per riattaccarla poco più avanti nel passaggio successivo.
Ecco, guardare il vuoto, il nulla, attaccato a una corda, è una delle sensazioni più appaganti che io abbia mai provato.
Sono bastate poche volte per rendermi dipendente di quella sensazione tanto da non riuscire più a scendere
ma soprattutto a risalire un pozzo senza cercare con gli occhi giù in basso. 
Sempre più in basso nell'abisso della terra le piccole luci degli altri avventurieri che come me erano disposti a rischiare la loro vita pur di trovare anche un solo pizzico di una emozione capace di sprigionare nei loro corpi e nelle loro menti quella sensazione che pervade completamente infondendo VITA.
E godere di questa adrenalinica paura.
Braccia in tensione nei momenti di cambio corda, sospeso nel nulla.
Tutti mi dicono la corda tiene.
Ok cerco di fidarmi.
Risalendo una corda nel vuoto comincio a girare su me stesso privo di quella futile sicurezza che dà il contatto con la parete bitorzoluta e umida. Ma a un certo punto sento che il respiro si fa
più intenso, più la corda flette e più il respiro diventa affannoso. Allora mi fermo sorretto solo da dei piccoli dentini che mordono la corda. E ancora l'ho fatto, ho guardato di sotto cercando di fare più luce possibile come sapendo che la paura del vuoto mi avrebbe dato altrettanta forza e volontà di risalire!
Ho scoperto che sulla corda sei completamente solo. Possono spronarti, dirti di riposare ma sei sempre tu con e contro te stesso.
Ma dopo fatiche, dopo prove e prove per cercare la prestanza ideale, ho realizzato che il mio più grande alleato era lì con me, pronto ad essere sfruttato in qualunque momento...
L'effetto YO-YO!!


 Lorenzo (Fiore)


giovedì 27 giugno 2019

La grotta donna. Diario di una speleo esordiente

A te che hai curve di donna e spigoli acuminati che discendono dalla testa e salgono dai piedi, un labirinto intricato di concrezioni capaci di vibrare, di emettere suoni e di reggere il peso di umani aggrappati alle tue creazioni di antica bellezza. Nelle tue cavità riverbera il cuore e la voce si fa rotonda e lontana, regna la quiete nei miei occhi vigili e attenti e nel tuo grembo allo stesso tempo confido e prendo confidenza con il buio, con il vuoto, con le anguste impervie vie e con zone altisonanti di me.
Non saprei bene come definirti. Sicuramente sei un viaggio di introspezione geologica, ma anche di introspezione umana. Il tuo colore sembra un nero misto al blu, ovunque guardo, ti presenti a me come una gigantessa, impavida, sicura di te e, a dirla tutta, risulti non sempre molto ospitale. Tu sei lì non in attesa, ma nel tuo pieno ciclo vitale, ma allo stesso tempo sembri vivere del batticuore di chi ha il coraggio di scoprirti, di illuminarti e di affidarsi alle tue membra. Chi scende e risale lungo la tua schiena, pazzi innamorati della vita, si nutrono del tuo ritmo dove il respiro accompagna la progressione, dove in ogni distensione e contrazione il tempo si dilata e il silenzio ti accompagna.
Mi sento piccola e rispettosa del tuo mistero. Mentre discendo la corda, come un minuscolo punto di luce nel vuoto ignoto, la corda passa tra le mani e mentre scopro parti di te, nei tuoi intricati meandri, le mie personali strettoie si fanno più larghe. La paura del vuoto non è più così spaventosa. Ho imparato che entrare al tuo interno, nei tuoi inviluppi e sviluppi, richiede unione tra mente e corpo, richiede una sinergica attrazione dei sensi, tu che li aiuti a farsi più acuti. Quando si è dentro al tuo grembo c’è una musica particolare: il silenzio che è metafora del farsi cauti e coraggiosi. Le persone con cui poter fare esperienza di te sanno ridere e parlare di buon cuore e soprattutto mangiare di buon gusto!
Tu sei il luogo dove i pensieri non hanno tempo di correre, di rincorrersi o di prendersi a pugni perchè hai il potere di neutralizzare allo stesso modo le preoccupazioni come i sogni per tutto l’ impegno e la concentrazione che richiedi, tu imponi di stare nel qui ed ora senza esitazione, ma sarò sincera, mentre ti risalgo esulto nel ricercare ciò che vive sopra di te, immagino i colori che avvolgeranno lo sguardo oltre la tua bocca.


Antonella (corsista 2019)

lunedì 24 giugno 2019

Perché non hai fatto foto in grotta?


Non ho fatto foto in grotta perché non ho pazienza. Altri, più calmi e meno impusivi di me, cercheranno l’inquadratura, studieranno le luci, posizioneranno illuminatori, lavoreranno delle mezz’ore per catturare poche, pochissime istantanee della magia del mondo sotto di noi. Tecnici e artisti della perfezione, regaleranno a chi ci aspetta fuori un assaggio di questa nostra avventura, e a noi, un supporto materiale per la memoria.

Ma io non riesco a scegliere tra tutto ciò che ho attorno quello che voglio portare con me. Lo sguardo salta da una parte all’altra con l’entusiasmo molesto del novellino, inghiotte ciò che ha attorno con la voracità di chi non sa quando e quanto troverà ancora. Esploro ogni angolo cercando di imprimere nella mente mille immagini di questa bellezza. Se dovessi fare una foto a tutto ciò che mi è sembrato valerne la pena, non uscirei di qui per dieci anni almeno.

Ma forse non ce n’è bisogno. Gli occhi ricorderanno ciò che vale la pena ricordare.

Non ho fatto foto perché in grotta la luce è un estraneo. La portiamo giù noi, che ci affidiamo alla vista per conoscere il mondo più che a ogni altro senso, che ne abbiamo bisogno quasi quanto l’aria per non restare per sempre qua sotto. Eppure, nei momenti di quiete cerco il buio, e il gesto della mano che sale a spegnere la luce sul caschetto è automatico e confortante come una carezza. Il buio mi accoglie come in un abbraccio, come un ritorno a casa. La luce la cerco solo risalendo, mentre sudo per la fatica, vedendo in alto quell’altro mondo che si avvicina e chiedendomi se è questo che prova un bambino a nascere.

Non ho fatto foto perché la grotta è un mondo di suoni. L’acqua che mormora o romba, che stilla lenta dalle concrezioni che crescono, unico segno tangibile di una vita millenaria troppo lenta per i nostri sguardi di un attimo. Il rumore secco del sasso che cade, a ricordarti che il rischio esiste e che la tua è comunque sempre una vita in prestito. La voce degli istruttori nei momenti chiave, a indicare la direzione, prima della mente che non del gesto.

“Molla tutto. Guardami.”
Silenzio. Sguardo che si fissa nel mio.
“Calma. Ok? Respira. Ti stai divertendo.”

Sono qui per questo.

“Non puoi litigare con la grotta, tanto, vince sempre lei.”
Amara verità. Mezzo sorriso.
“Devi esserle amica.”

Sei tu che vuoi entrare in punta di piedi e in punta di piedi te ne vuoi andare.

Non ho fatto foto perché nessuno scatto potrà mai restituirmi l’odore della corda bagnata, il peso dei sacchi, la consistenza del fango tra le dita, la soddisfazione di cercare un appiglio solido e di trovarlo, di sentire il piede che non scivola. La concentrazione totale e assoluta nell’affrontare passaggi difficili, il conformarsi a immagine e somiglianza della roccia nei meandri stretti. Lo sfregare della corda che scivola tra le dita quando scendo sul discensore. La fatica, certo, ma anche il ritmo perfetto del doppio passo della salita, quella sinergia dei bloccanti che ti porta pian piano a vincere la più antica delle forze con un connubio inscindibile di tecnica e potenza. Il respiro che si adatta al ritmo di lavoro dei muscoli, la soddisfazione totale nel sentirli eseguire ogni movimento quasi al massimo delle loro possibilità. La bellezza di stare appesa nel vuoto e la fiducia totale in quel moschettone, in quella piastrina, nell’armo fatto dai miei compagni, nella corda che tiene il mio peso. In quello spit che non salterà, nei bloccanti che non cederanno, nella mia mano che non mollerà la presa sotto al discensore.

Ma anche questa non è una richiesta, è una preghiera a cui ad occhi chiusi mi affido. I dubbi sono cosa del mondo di fuori, e non mi sfiorano nemmeno. Se qualcosa succederà, ci penseremo allora.

Non ho fatto foto perché in grotta ho imparato a scendere solo con l’essenziale e solo con quello voglio risalire, perché in grotta non si ruba e non si abbandona. Non ho fatto foto perché, in un mondo di immagini e di emozioni a buon mercato, voglio che la grotta si presenti attraverso la mia voce, parziale e imperfetta, e che chi vuole vedere quello che io ho visto debba fare la fatica di venirselo a cercare.

Non ho fatto foto perché in grotta non esiste passato e non esiste futuro. Anche il tempo è cosa del mondo di fuori. E forse è questo che più di tutto mi ha affascinato, questo vivere l’attimo senza ieri e senza domani, sequenza di istanti di eterno presente. Il qui ed ora l’unica cosa che conta, e la serenità infinita che nasce da questa certezza.

Ed è per assaporare questa sensazione che non voglio risalire, che mando avanti gli altri con ogni scusa più o meno plausibile, quando sono a un passo dall’uscita.

“Dai, fai un cambio attrezzi e torna giù. Io ti aspetto qui.”
“Sul serio?”
“Sul serio.”
Felicità pura, come un bambino a cui hanno regalato il giocattolo dei sogni. Discensore, mezza chiave e chiave, stacco i bloccanti e torno giù. Un altro pezzo di eternità strappato al tempo.

Non ho fatto foto perché non voglio lasciare spazio alla nostalgia, per fare in modo che questa esperienza non appartenga solo al passato ma anche al futuro, e soprattutto, al presente, unico tempo che abbiamo per vivere.


Il mondo di fuori, luogo dei dubbi e del tempo, mi reclama. Spero solo di riuscire a scappargli ancora.


 And the vision that was planted in my brain, still remains
within the sound of silence.



Anna (corsista 2019)