sabato 12 dicembre 2020

I rami superiori del Castello

 Busa di Castel Sotterra

 Lunedì 7 dicembre insieme ad Alice, Martina, Alberto, Marco R. e Mauro siamo andati in Castello. Per me, ormai, si tratta dell’ennesima volta in quella che penso essere la mia grotta preferita. Per altri, come Mauro, è solo la seconda volta (la prima dopo il corso d’introduzione) in questa dimensione così affascinante e differente dalle altre grotte della nostra regione. 

Dopo la consueta colazione al bar in centro a Montebelluna, ci dirigiamo velocemente alla Presa X (Via Cesare Battisti) sul Montello, questo magico territorio scolpito dall’acqua che ha formato una distesa infinita di dolci doline. Piove, anzi direi come al solito piove, e visto che trattasi di una grotta sicura con ogni regime idrico, ormai ci andiamo quasi sempre con il brutto tempo, quando le altre destinazioni sono più ostiche (dovevamo infatti andare in Dinosauro a girare dei video).
Dopo il solito cambio d’abito e il solito breve sentiero scivoloso, inizia la solita sequenza ormai stampata nella memoria… Sala Saccardo… Schiena d’asino… Pozzetto da 3 metri in libera… Primo pozzo da 8 m (armo veloce di Mauro che sta ancora, nonostante tutto, imparando)… Meandro dove tenersi alti… Sala della Frana… Battesimo… Trivio… Scala… Posto dove ci si sporca… Sala del Caos … Secondo posto dove ci si sporca… Argilloni… Si gira a destra… Presepe.
Arrivati sopra al Pozzo del Vomito, senza dir niente a nessuno mi siedo e improvviso una pausa pranzo alle 11.30: avevo proprio voglia del panino con la soppressa. 

Fuori piove da una settimana e infatti si sente acqua scorrere. Ci dirigiamo quindi verso la nostra destinazione. Alla fin fine, la grottata si tramuta in una vera e propria uscita fotografica, visto che Alberto ha macchina e treppiede, e abbiamo quattro illuminatori. Ma subito si perde la serietà della cosa e diventa una gara di narcisismo a chi diverrà il soggetto delle inquadrature. Lo shooting alla cascatella si conclude molto sobriamente con tante foto identiche in cui variano solo i modelli (ahahahah). Almeno abbiamo tutti una bella fotografia.

Concrezioni dovute alla presenza di cascatelle - Foto: A. Ciampalini


Photobombing - Foto: Marco Fioraso
 
La cascatella prima dell'inizio dei Superiori - Foto: Alice Turatto

Entriamo poi nel vivo della giornata; velocemente mi attacco alla corda che pende dal soffitto e mi dirigo ai Rami Superiori. Dopo poco inizia qualche passaggio strettino, poi una seconda risalita e si sbuca su un meandro simil Argilloni, sfondato al centro dove si apre il canyon dal quale siamo risaliti. Per me “quasi” geologo, questa grotta regala sempre qualcosa in più, rimango affascinato dalla quantità di cose che rubano il mio sguardo. Dapprima si coglie molto bene come questa strana grotta si sia formata: in questa roccia così diversa, un conglomerato, deposta in un periodo particolare, il Messiniano. E camminare su queste strettissime cenge di argilla e sabbia che invitano quasi a scivolare nella stretta forra sottostante… Serve molta attenzione. I depositi poi, oltre che interessanti, sono esteticamente belli: per chi non ne cogliesse le strane geometrie che fanno pensare a chissà che processo geologico, in fondo sono semplicemente delle belle rocce colorate, rosse, giallastre, arancioni, azzurrognole, grigie, biancastre; un arcobaleno spalmato su di questi prismi di argilla tanto belli come esili ed effimeri. 

Sezione stratigrafica in argille con superficie erosiva, laminazioni, ripple e dune - Foto: Alberto Ciampalini

Proseguendo nei Rami di Sinistra, si giunge ad una bella e inusuale concrezione dove una stalagmite e una colata quasi si “baciano”. Proseguiamo poi dove si staccano due diramazioni, percorse tutte e due fino alle stanzette terminali. Dopo una seconda pausa pranzo (in realtà è quasi ora della merenda pomeridiana) facciamo altre foto e iniziamo a tornare sui nostri passi.
Dimenticavo che Marco aveva portato anche un’ocarina e ogni tanto si prodigava a suonarla. Improvvisiamo quindi un video con sottofondo di musica dal vivo. 

Manca "poco" - Foto: Alberto Ciampalini

The kiss - Foto: Alberto Ciampalini
 

Scendendo il primo tratto di corda dal meandro dei Superiori, sento dietro ad una parete il rumore dell’acqua che proviene dalla forra citata più volte prima. Curioso mi arrampico e mi affaccio. Vedo un pozzo e chiedo a Mauro di passarmi un ciottolo. Lo lancio giù e stimo la profodità in circa 5-6 m di profondità. Però è strano... Sì, è strano poiché non so dove vada quell’acqua. Non so se butta sulla cascata di sotto o se si dirige verso una via inesplorata verso gli Inferiori. L’immaginazione scorre, perché dal rilievo non si capisce: i rami in quel punto sono sovrapposti e non esistono delle sezioni. Eppure è così in bella vista, lungo la via “normale” per i Superiori. Boh, non saprei, anche se già mi immagino a piantare un paio di fix e calarmici dentro e accedere al labirinto del Castello, che nasconde sempre nuove vie, forse ovvie, ma talvolta snobbate. Perché alla fin fine si fanno sempre gli stessi percorsi, si dice sempre “vabbè qualcuno avrà già visto”, si pensa sia una perdita di tempo o di tornare magari la volta successiva. E intanto, nonostante tutto, a volte anche in questa classica grotta da corso le novità non mancano. Anch’io, nel mio piccolo qualche progetto esplorativo e di documentazione ce l’avrei, forse è ora di metterlo effettivamente in pratica. 

Veloci torniamo in superficie, tiro su la corda dal pozzo, striscio sulla schiena d’asino, esco all’aria aperta. Ma è già buio, e piove, forse si stava meglio dentro, lontani da tutto e da tutti, lontani dal Covid, lontani da questo 2020 bizzarro, che purtroppo anche durante quella stessa sera ci porta delle brutte e inaspettate notizie. Cambiarsi dopo un giro in Castello è sempre un supplizio: fango dappertutto, non saper dove buttare le robe evitando di sporcare il salvabile. Purtroppo son già le 18.30, quindi nessuna birretta al caldo. Fortunatamente, Marco ha portato delle buone IPA da bere ancora con addosso gli scarponi ricoperti di melma. Il finale di serata non è il massimo visto che il mio omonimo fora lungo la strada di ritorno però, nonostante tutto, ho un bellissimo ricordo di allegria, di aver passato una giornata in grotta senza fregarsene tanto di cosa abbiamo fatto, ma di essere stati in ottima compagnia in un posto che porto nel cuore.

Non si fuma in grotta! - Foto: Alberto Ciampalini


Marco F. (Principe)

venerdì 3 luglio 2020

La scoperta non-scoperta


La storia di cui voglio parlarvi fonda le proprie radici nella leggenda, racconta di eroi intrepidi e temerari che hanno rischiato la propria vita attraversando lande sconosciute (mica tanto) e di poveri ingenui raggirati dal destino. Un fato beffardo, ma che i protagonisti del mio racconto sapranno rigirare a proprio vantaggio.

Beh con un inizio così fa gola anche a me sapere come va la storia... ma la devo ancora scrivere

Tutto ha inizio molti anni fa, ai tempi in cui i racconti si tramandavano ancora oralmente, al tempo degli dei dell'Olimpo, dei signori della guerra e dei re che spadroneggiavano su una guerra in tumulto, il genere umano invocava il soccorso di un erore, per riconquistare la libertà.

Finalmente arrivò Xena, l'invincibile Principessa Guerriera forgiata dal fuoco di mille battaglie.
Scusate non ho resisitito

Tornando seriamente al discorso, tutto ha inizio moltissimi anni fa (8 per l'esattezza) in cui i due eroi di cui sopra, che chiameremo genericamente JeanPierre e Vipera, si sono ritrovati in una landa desolata, isolati dalla civiltà e senza la possibilità di incrociare anima viva per miglia e miglia. Erano ai Castelloni di San Marco, ovvero zona percorsa da sentiero CAI che ogni estate è presa d'assalto dagli escursionisti.
Ebbene, con tutta la loro buona volontà e perseveranza, sono riusciti a perdere il sentiero e a ritrovarsi veramente isolati all'interno di questo mare di crepacci carsici e fratture che danno al luogo un nome che è tutto un programma "Labirinto dei Castelloni di San Marco".
Senza demordere, i due giovani (sì al tempo lo erano) si sono apprestati a percorrere questi canaloni tentando di risbucare sulla "retta via". All'interno di uno di questi, l'occhio da speleologi è caduto ovviamente in un punto che destava curiosità. Un piccolo passaggio buio al di sotto di alcune rocce di crollo. Caspita è una grotta e sembra proseguire! E non c'è nessuna placchetta!

Qui il loro racconto si interrompe bruscamente per quasi un decennio finchè non è lo stesso JP (anzi JP+8anni) a rimembrare l'accaduto e a proporre ad alcuni neo-ex-corsisti di andare la domenica a rivedere quella grotta, sperando che in questi anni nessuno l'abbia trovata, placchettata, rilevata ed accatastata.

Io che scrivo, al sentire la notizia, sono diventato nero d'invidia. "Vedi tu 'sti ex-corsisti! Finito il corso da una settimana e vanno già a fare esplorazione, mentre io (che ovviamente quel week-end non sarei potuto andare) in sei anni di attività non ho mai avuto occasione!" Ovviamente è un'invidia scherzosa. Il gruppo ha bisogno di attività nuova e nuove proposte, soprattutto in questo periodo, e se la grotta continua, bene, ci andrò la domenica successiva.

La domenica in questione un manipolo di seguaci del Gianpietro si sono fiondati su questo massiccio carsico alla ricerca dell'agognato buco (so a che pensate pervertiti). Una distesa di roccia e mughi, karren e mughi, mughi e mughi. Insomma avete capito...
La roccia bianca segnata da imponenti fratture e incisa da profondi campi solcati da manuale che hanno lasciato lame di roccia taglienti come rasoi.
A guardare da fuori sembrerebbe proprio strano non ci fosse qualche grotticina

Karren - Foto M. Nardo
Karren - Foto M. Nardo
Karren. In sfondo le pareti rocciose della Valsugana - Foto M. Nardo


Dopo una giornata di ricerche è proprio alla base di una di queste fratture che finalmente la combriccola ha scorto l'ingresso. La temperatura cala bruscamente, sia perchè la grotta sia apre a circa 1800 mslm sia perchè all'interno di queste alte fratture c'è ancora un'abbondante accumulo di neve e ghiaccio non ancora sciolti (anzi, fusi).

Speleologus burberus - Foto M. Nardo
Speleologus vispus - Foto M. Nardo


Il mercoledì successivo in gruppo ci hanno raccontano di quanto trovato e di quanto girovagato e tribolato per trovare quanto trovato. Da una veloce ricognizione interna la grotta cammina. Un grosso corridoio iniziale impostato su frattura verticale indirizza l'andamento della grotta che sembra poi proseguire. La temperatura interna tendente allo zero, con colate di ghiaccio sulle pareti e stalagmiti che a fine stagione sarebbero sparite per poi riformarsi durante l'inverno. 
La cosa buona è che consultando il catasto, le grotte trovate in quell'area sono tutte situate in zone differenti. E' un buon segno!

L'impazienza sale. Ci organizziamo per tornare una delle domeniche successive per esplorare questa possibile nuova grotta e iniziare il rilievo.

Arrivati sul posto (ovviamente, dopo una giornata a cercare l'ingresso, questo era a 20 metri dalla fine del sentiero dei Castelloni) ci si siamo divisi in due squadre. Una per rilevare da fuori verso un punto concordato all'interno (rilevando anche le piccole diramazioni) e l'altra invece per esplorare il percorso principale rilevando dal punto stabilito in avanti.

Una spaccatura alta circa 15 metri ci sovrastava la testa, con un soffitto completamente piatto dovuto agli strati calcarei perfettamente orizzontali. Le colate e le vele di ghiaccio sulle pareti riflettevano le luci dei nostri caschi. Dopo nemmeno 5 minuti mi sono pentito di non essermi portato la macchina fotografica. 

L'euforia era palpabile, anche se bisognava andare con calma per restituire un rilievo minimamente affidabile. 

Vele di ghiaccio su parete - Foto A. Ciampalini

Per questioni editoriali devo omettere la descrizione dell'esplorazione, sapendo di fare un dispiacere a tanti, ma finirei per occupare eccessivamente spazio e non era questo l'argomento dell'articolo che sto scrivendo. 
Per ora accontentatevi se vi dico che dopo aver rilevato il percorso principale ci siamo imbattuti, dall'alto, in una sala abbastanza grande, raggiunta con una calatina di 7/8 metri. A ridosso della parete destra un piccolo sprofondamenti scendeva di qualche metro. Un'altra saletta che purtroppo termina in frana (anche se si sente leggero scorrimento d'aria).

Ma perchè "scoperta non-scoperta"? Perchè il destino beffardo? Non c'è niente di particolare fino ad ora.

Se volete saperlo basta che guardate le foto sottostanti. (L'immagine a sinistra è un abbozzo di rilievo rifatto "a memoria" in riunione, fatto per mostrare l'andamento generale della grotta, quindi angoli, dimensioni e proporzioni è ovviamente impossibile restituirli corretti).

Schizzo di rilievo
Ingrandimento rilievo

Rilievo completo (da Dimensione Buio)



Esatto... sono la stessa grotta! Abbiamo trovato il rilievo nel libro "Dimensione Buio" del Gruppo Grotte Schio. La grotta si chiama "Complesso della città di roccia". Noi invece l'abbiamo rinominata "Corte Sconta", nome affibiato prima di scopire che era una grotta già visitata.

Ma come? Non era una grotta senza placchetta e posizionata in una zona senza grotte? Eh sì ma succede anche questo. 
Negli anni '70 del secolo scorso non era ancora in uso il "placchettamento" delle grotte e soprattutto, non essendoci il GPS, il posizionamento in carta di un punto non era cosa semplicissima da fare dovendo per forza di cose triangolare la propria posizione traguardando le cime delle montagne. L'errore quindi era dietro l'angolo, anzi proprio all'uscio, un po' come i pisani nel famoso detto toscano (e io sono pisano, quindi occhio).

Il fato beffardo ci ha ingannati, porgendoci su un vassoio una grotta che nuova non era. Però l'emozione dell'esplorazine era vera, perchè nelle nostre menti la grotta era inesplorata. 
Il problema è che, non avendo completato il rilievo abbiamo deciso di lasciare all'interno un paio di piccole corde, in attesa di tornare a finire il lavoro e documentare con un po' di fotografie.

Dal 2018 siamo passati all'estate 2019 ma le disavventure non sono finite. Io, Marco F., e Maurizio ci siamo impuntanti di tornare. Arrivati su, dopo un'ora e mezza di macchina, ci siamo accorti che (colpa mia) ci siamo dimenticati tutta la trousse da rilievo. Grasse risate
Beh confortiamoci con le fotografie... ad agosto il ghiaccio interno alla grotta era completamente sciolto. 
Non c'era nemmeno una stalagmite... @#!!/<ç§**
Con le pive nel sacco ed io anche con l'incazzatura sopra i capelli ce ne siamo tornati a casa.

La grotta torna nell'oblio fino al 2020.
Le attività CAI sono attualmente ancora bloccate a causa del Covid, ma essendo una grotticina molto semplice decidiamo di farci comunque una scampagnata in montagna per andare a chiudere la faccenda in sospeso da ormai due anni. Ormai è una questione d'onore.

Sergio e Marco R. mi supportano con le fotografie mentre Adriano e Mattia si mettono a completare il rilievo. Per questioni di tempo lasciamo incompiuti dua rami che chiudono o che si ricollegano con il percorso principale.

Dopo due anni si conclude quindi la saga di una grotta scoperta per caso, ma scoperta già 40 anni prima. Almeno abbiamo recuperato le due cordine (una semi inglobata nel ghiaccio). 

La nota particolare è che, nonostante fosse giugno, come la prima volta nel 2018, il ghiaccio interno sulle pareti era pressochè inesistente. Qualche stalagmite ancora integra e poco più. Anche all'esterno l'accumulo di neve si è ridotto tantissimo e abbiamo potuto seguire la spaccatura (la stessa su cui si è impostata la grotta, ma andando nel verso opposto) per molti metri. Alcuni tratti a cielo aperto, altri con enormi massi di crollo incastrati tra le pareti verticali.
Come si vede dal rilievo, la grotta ha un andamento sub-orizzontale con corridoi a 90° tra loro, indice del controllo che le fratture hanno sullo sviluppo della grotta; per cui è molto improbabile che ci siano prosecuzioni "verticali". Lo sviluppo e l'allargamento di queste enormi fratture probabilmente è dovuto alla circolazione di aria umida molto fredda, al percolamento di acqua che si ghiaccia sulle pareti durante l'inverno, e al crioclastismo (come dimostrano questi inquietanti blocchi squadrati in bilico e retti con lo sputo, che noi abbiamo ribattezzato "le lapidi").

Sala delle Lapidi - blocchi di roccia "scollati" a causa del crioclastismo che ha allargato le fratture

Ossa di pipistrello(?) in un piccolo passaggio laterale

La galleria principale impostata su un'alta frattura. Vicino all'ingresso si formano colate e stalgmiti di ghiaccio


La galleria principale andando verso il centro della grotta

L'unico tratto su corda della grotta per scendere nella saletta terminale. Un saltino da 7/8 metri



Rabo

lunedì 23 marzo 2020

#iorestoacasa con il GSP - 2° dvd


Continua la nostra adesione all'iniziativa #iorestoacasa, per sensibilizzare le persone a non uscire in questo momento di emergenza sanitaria. Un modo come un altro per impegnare il tempo aspettando che questa quarantena obbligata finisca.

Oggi condividiamo con voi il secondo video-documentario su #PadovaSotterranea realizzato assieme agli amici del Comitato Mura di Padova.

Esplorate e scoprite assieme a noi i sotterranei della nostra Città e le loro bellezze.
Visitate Padova stando però... a casa ;)

Padova Sotterranea 2, con ben sette luoghi da scoprire (alcuni già presenti nel primo filmato):
p.s. In alcuni punti l'audio è un po' rovinato

- bastion Piccolo
- baluardo San Prosdocimo
- bastione Saracinesca
- oratorio di San Michele
- bastione Pontecorvo
- galleria soccorso nord e bastione Venier
- Porta Ognissanti o Porta Portello

giovedì 12 marzo 2020

Resta a casa... con il GSP

Anche noi del Gruppo Speleologico Padovano CAI, assieme al Comitato Mura di Padova, vogliamo aderire all'iniziativa #iorestoacasa, ideata dal MiBACT, per sensibilizare e responsabilizzare le persone a non uscire di casa in questo momento di emergenza sanitaria.

Abbiamo deciso di pubblicare e condividere con voi i nostri primi video-documentari su Padova Sotterranea.
Un modo per farvi passare una mezz'oretta in più in casa, sottraendovi dalla tentazione di vole uscire senza un buon motivo =)

I prossimi documentari li caricheremo nelle prossime settimane. Intanto godetevi questo =)

Esplorate e scoprite assieme a noi i sotterranei della nostra Città e le loro bellezze.
Visitate Padova stando però... a casa =)
Mi raccomando ;)


Padova Sotterranea 1
- bastion Piccolo
- bastione Pontecorvo
- galleria soccorso nord e bastione Venier




giovedì 20 febbraio 2020

Una discesa nella Storia

L'abbisso di Trebiciano è una grotta che si apre poco fuori dall'omonimo paesino, sul Carso triestino, scoperta quasi 180 anni fa, nel 1841, da un persona che rimarrà negli annali della Speleologia, Anton Friedrich Lindner, primo a scendere anche all'interno della Grotta Gigante.
La natura stessa del territorio carsico, caratterizzato da forte drenaggio e conseguente mancaza di corsi d'acqua superficiali, portarono Trieste, città in continua espansione, a richiedere sempre maggiori quantità d'acqua potabile. Questa estrema necessità, fece ipotizzare a Lindner la possibilità di captare le acque del Timavo, che scorreva in profondità, con una lunga condotta inclinata; progetto poi abbandonato per costi estremamente troppo alti.
Prima dell'abbandono del progetto però, Lindner esplorò ed allargò, con una squadra di minatori, le strette fessure che costituivano l'abisso di Trebiciano e disostruì i pozzi verticali fino a raggiungere, ad oltre 300 metri di profondità, l'immensa sala, a lui poi dedicata, sul cui fondo scorre il più celebre dei fiumi sotterranei.
Adagiati sul fondale si possono scorgere i protei, docili e tranquilli animali di grotta che per tanto tempo hanno alimentato, a loro insaputa e non le le loro intenzioni, storie e leggende di giganteschi e feroci draghi che abitavano l'interno di queste tetre cavità.
Il salone interno è gigantesco, buio, soffice. Sì soffice perchè si scende lungo una immensa china sabbiosa lasciata dalle piene del Timavo, che durante eventi importanti può salire anche di oltre 50-60 metri. Sulla sabbia si possono notare anche frammenti di guschi di bivalvi e insetti che girovagano alla ricerca di cibo.
La grotta è stata completamente attrezzata con scale in legno nel 1842, anno dopo la morte di Lindner, sostituite più volte negli anni. Dal 1983 le scale sono in metallo.
Scendendo queste scale, anche se relativamente recenti, si può solo minimamente immaginare il tempo, le energie spese e le condizioni di lavoro per allargare questi pertugi e per portare delle scale fino a 300 metri di profondità.
In questa foto stiamo risalendo uno di questi pozzi che hanno fatto la storia della Speleologia.

Risalita su scala. Foto A. Ciampalini (Rabo)

notizie da fonti varie:
https://it.wikipedia.org/wiki/Abisso_di_Trebiciano 
https://www.boegan.it/2009/11/antonio-federico-lindner/
https://quitrieste.it/tag/iing-anton-friedrich-lindner/

Rabo

giovedì 25 luglio 2019

Il Leviatano è a caccia... del Kraken!

Ci risiamo.
Anche questa estate, per molti gruppi speleo, è tempo di campi esplorativi.
Per noi c'è un nome in particolare che riecheggia costantemente tra le mura della nostra sede; un nome tanto evenescente quanto reale. 
Più che un nome è un ideale, è un'immagine mentale, un sogno, un incubo, un'ansia, un'ambizione.
E' bellezza, fatica, gioia, merda, freddo, vuoti inmensi, spazi angusti, quelle poche volte... è anche minestrine calde (ma scadute). E' adrenalina, competizione, lavoro di gruppo, mandarsi a fare in c**o, disfatta.

Sono i Piani Eterni.

Il 2019 era iniziato alla grande. Il gruppo in esplorazione, durante la spedizione invernale dei primi di gennaio, è sbucato su un pozzo imponente, il "Kraken", stimato circa 90-100m di altezza... un tentacolo dell'immenso mostro che il complesso dei PE si è rivelato essere da trent'anni a questa parte (qui il post di questo inverno http://gruppospeleologicopadovano.blogspot.com/2019/01/liberate-il-kraken.html). Il bello è che, da rilievo, dovremmo essere molto vicini alla superficie!

Ed è per questo che l'euforia e l'adrenalina sono a 1000.
Ma i Piani Eterni non si concedono così facilmente, possono darti tutto oppure possono prendere i tuoi sogni, stropicciarli sogghignando e ridacchiando... bisbigliandoti all'orecchio "riprovaci l'anno prossimo". 
Però è un "riprovaci" affettuoso, di incitamento. Perchè i PE non vogliono distruggerti, annichilirti, deluderti, ma vogliono essere amati, desiderati, conquistati e soprattutto... meritati.

Domani partirà la prima ondata di compagni speleo che avrà il compito di perlustrare una zona dove la grotta si sta dirigendo, per trovare l'agognato ingresso basso che permetterebbe di raggiungere le zone del fondo in pochissimo tempo e pochissima progressione. Sarebbe la svolta per le esplorazioni di un complesso carsico che è attualmente tra i più importanti e grandi, sia per estensione che profondità, d'Italia.

Io farò parte della seconda ondata, che salirà tra il 9 e 10 agosto. Sono molto agitato anche io e combattuto interiormente... e' proprio questo quello che i PE ti creano dentro, un marasma nello stomaco e nel cervello.
Vorrei salire anche con la prima ondata (adrenalina), ma il solo pensiero di dover fare due volte oltre 1000 metri di dislivello su di un sentiero distruggi polpacci mi ammazza l'entusiasmo (incubo). Spero che venga trovato l'ingresso così poi potremmo fare delle esplorazioni potenti (sogno e ambizione) ma vorrei non lo trovassero in modo da poter godere io dell'euforia per una scoperta che si potrà definire storica (competizione).

Vedete? I Piani Eterni sono tutto.

Domani partirà ufficialmente l'attacco al Kraken...
Il fuoco si combatte col fuoco.
Una creatura leggendaria si combatte solamente con un'altra creatura leggendaria.
Il Kraken è diventato una preda, la nostra preda... e l'unico che può cacciarlo, scovarlo e vincerlo è... il Leviatano.
« Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe. » (Giobbe 40:25-32, 41:1-26)
(Ambizione... che utilizzino questo nome 😁).



Alberto (Rabo)

Cinque speleo in mezzo alla devastazione del ciclone Vaia

Come in ogni mercoledì che si rispetti, ci si accorda per le uscite del fine settimana. Stavolta, complice il fatto che io sia già in quel dell'Altopiano di Asiago, decidiamo di andare in un abisso. Non un abisso qualsiasi, bensì l'abisso di Malga Fossetta che si infila nelle viscere dell'altopiano carsico dei sette comuni per oltre mille metri di profondità.
Gli altri compagni speleo partono da Padova all'alba di una domenica di mezz'estate. 2019. Li attendo caricando la macchina e verificando l'attrezzatura. Parto e li raggiungo in breve al Rifugio Campomulo sulle Melette di Gallio.
Sono già lì. Anna, Alice, Lorenzo e Saverio, seduti con cappuccino e fetta di torta arricchita da qualche krapfen. Fame speleologica.
Mi unisco con una fetta di torta ai pinoli. Io e la frutta secca ci siamo conosciuti e innamorati subito, complice il mio corso d'introduzione alla speleologia.
Dopo un veloce trasbordo del materiale sul mio furgoncino, si parte!.
Arriviamo dopo circa tre quarti d'ora di strada bianca a Malga Fossetta.
Leggendo le indicazioni di avvicinamento alla grotta, proviamo a fare, scarichi dai materiali, una puntata in bosco.
Eravamo consapevoli che non sarebbe stato facile trovare l'ingresso. Ma non ci aspettavamo di certo quello che da lì a poco si sarebbe rivelato il problema della giornata.
Il bosco non è più il bosco.
Quanti chilometri di bosco ho fatto nella mia vita? tanti sicuramente. A cercar funghi, a seguir sentieri, a vagare in cerca di legna da far bastoni o da intagliare. Il bosco mi ha sempre trasferito sensazioni rassicuranti. Il fitto dei suoi alberi mi ha sempre confortato.
Avevo già visto dal vivo i danni del Ciclone Vaia dell'ottobre 2018 ma non così da vicino, non nei boschi dell'altopiano. Non nei boschi della mia infanzia.
E' un'ecatombe.
Decine, centinaia di abeti bianchi e rossi totalmente sradicati e distesi al suolo, gli uni sugli altri. Accatastati.
Come in una grande fossa comune.
Ciò che più colpisce è che dopo un inverno passato a terra morti, sono come scoloriti, sono ingrigiti, sono del colore della morte, rispetto ai fratelli sopravvissuti che li guardano ai loro piedi.
Scavalchiamo, aggiriamo, passiamo sotto e attraverso, con fatica.
Non c'è traccia da seguire, né umana, né animale, in quell'inferno.
Tutto è sconvolto.
Tutto è cambiato.
Seguiamo le indicazioni del GPS verso le coordinate, in un mare di legna.
Trecentomila abeti solo sull'Altopiano di Asiago. 14 milioni tra faggi e abeti in tutto il Nord-Est. L'olocausto degli alberi.
Dopo cento anni dall'ultima devastazione che distrusse oltre l'80% del patrimonio boschivo delle terre dei cimbri.
Quella volta fu la mano del demone Uomo.
Oggi, un ciclone con venti ad oltre 150 km/h dal nome di una donna, una manager tedesca, una Lilith dei nostri giorni, una demone della tempesta.
Dopo quasi due ore di ricerca grazie alla perseveranza e al lavoro di squadra riusciamo a trovare l'alto cilindro verde che permette di accedere all'ingresso della grotta nel periodo invernale quando il manto nevoso ricopre questi martoriati boschi.
Per ritornare al furgone ci impieghiamo almeno un'ora con non poche difficoltà.
Decidiamo di abbandonare l'idea di tornare all'ingresso, si è fatto troppo tardi, sono le 13 passate.
Ci torneremo.
Consapevoli.
Preparati.
Oggi rifletto sulle sensazioni e alle emozioni provate in quel campo di sterminio.
La cosa che più mi colpisce anche a mente fredda è che anche Madre Natura per quanto grande e millenaria, muta.
Cambia pelle, radicalmente e repentinamente.
Il bosco, secolare, buio, severo, austero, schianta, in una notte e muore, per sempre.


Marco R.