venerdì 1 marzo 2019

E mi e ti e Bus de Toni

 I monti azzurri dietro casa sono da sempre nel mio cuore. In particolar modo la loro propaggine a Nord, che guarda da lontano l'arco alpino lasciandosi a ovest i Colli Berici. Certo, gli Euganei sono rilievi montuosi modesti, come modeste sono le cavità naturali che nascondono, ma vuoi per il vecchio e comune desiderio di avere le cose che più ci piacciono ed appassionano anche vicino casa, vuoi per la loro unicità e anche per un sano campanilismo, che un sabato mattino di fine febbraio uno sparuto gruppo di speleo patavini si muove alla ricerca di cavità ipogee alla base della sella del Passo Fiorine sotto le pendici del Monte Grande e del Monte Madonna a Rovolon.

 Parcheggiata l'auto in piazza, ci dirigiamo verso il bosco puntando un paio di speroni rocciosi che spuntano fuori dalle cime dei castagni sempre più soffocati dalla giungla di robinia che l'incuria e l'abbandono favorisce. Il sottobosco, carico di fogliame in questa stagione dell'anno, lascia comunque spuntare una notevole quantità di blocchi più o meno grandi di trachite euganea che con il suo grigio e la sua rugosità mi ha da sempre trasferito piacevoli sensazioni. 

Foto: Mattia (Cavallo) Nardo

 Oggi, in particolare, sogno conferme, ovvero di aver individuato dopo innumerevoli tentativi infruttuosi una piccola cavità; il Bus del Toni. Avevo lasciato queste ricerche circa una settimana prima per le ridotte condizioni di sicurezza offerte dalle paretine prossime all'accesso, che mi avevano portato a più miti consigli e a richiedere rinforzi. La nostra, d'altronde, è un'attività di gruppo ed è solo in gruppo che puoi godere appieno delle escursioni, anche delle più piccole esplorazioni come questa.

Ingresso grotta "Bus de Toni". Foto: Marco Romano

 Giungiamo sulla cengetta a mezza parete che permette l'affaccio sull'ingresso della piccola cavità, un bellissimo delta nella grigia trachite con un'altrettanto bella oscurità che giace rintanata nel buco.
Alzo lo sguardo verso la parete alla ricerca di possibili ancoraggi e vedo infisso in una frattura della roccia un chiodo piuttosto datato, cosa che mi fa capire di aver trovato finalmente l'agognato Bus del Toni, in quanto tale cavità era già stata rilevata e documentata dal GSP CAI sin dagli anni '70. Ci mettiamo quindi al lavoro per doppiare la partenza del piccolo saltino di un paio di metri che conduce all'ingresso. Mattia incomincia a lavorare con martello e pianta uno spit, mentre, forse un po' troppo precipitosamente, io, Marco e Saverio scendiamo in sicura con un mezzo barcaiolo al vecchio chiodo. Giustamente arrivano pronti i rimproveri di Claudio… la sicurezza non è mai troppa.
Cacciamo finalmente la testa dentro e a ruota tutto il corpo, anima e mente. Con otto passi raggiungo il fondo della grotta che effettivamente per dimensioni non eccelle ma le sue peculiari caratteristiche sono ben altre.
La forma triangolare si mantiene anche all'interno, e gli spazi sono sufficientemente ampi da accoglierci comodamente. E' bello sentirsi avvolti dalla trachite, osservare le sue forme ed accucciarsi sul fondo osservando la luce esterna che entra rifrangendosi sulla pozza d'acqua che bagna l'ingresso.

L'interno. Foto: Marco Fioraso

L'interno. Foto: Alberto (Rabosello) Ciampalini

 Marco e Claudio disquisiscono sulle varie ipotesi di genesi della cavità elucubrando come ad un simposio di geologia. Me la godo ascoltandoli.
Godo pure del calduccio determinato soprattutto dall'assenza della fredda brezzolina di questa mattina di fine inverno, infatti qui dentro si stà proprio bene. Osservo un bel ragno che scende rapido sulla sua semistatica tipo A e lo saluto mentre mi accingo ad uscire.
Arrivano anche Maurizio e Mattia (Cavallo) che dopo il lavoro accurato di armo si godono i brevi istanti di visita del Bus del Toni.
Ma non è finita qui. La mia ricerca era cominciata da alcune indicazioni prese da Internet e tra queste spiccava anche una foto dell'ingresso che non corrisponde assolutamente con la morfologia della grotta riscoperta questa mattina. E allora che buco è? Un'altra grottina nella trachite?
Effettivamente le descrizioni presenti on-line sull'ubicazione di quest'ultima grotta non corrispondevano con il sito del Bus del Toni. Non ci restava che dare il via ad una serrata battuta di caccia su e giù per le pendici del Monte Grande. Nel frattempo ci raggiunge Alberto (Rabo) che non perde occasione per tirare fuori illuminatori e flash da dare in mano a tutti, salvo poi rendersi conto delle effettive ridotte dimensione della grotta. Opta per una veloce foto col cellulare.
Dopo una breve sosta alla croce che si affaccia sull'abitato di Rovolon e che offre una splendida vista sulla pianura, rifocillati dall'ottima mortazza di Claudio decidiamo di buttarci a capofitto lungo lo sperone roccioso alla cui base dovrebbe esserci quest'altra grotta. 

Il gruppo. Foto: Marco Romano

  La fitta vegetazione e la tipologia di macchia ricca di rovi acuminati ci rende le ricerche assai faticose. Preso dalla foga, osservata una zona rocciosa rientrante che suggeriva un possibile ingresso, mi butto a pesce lungo una traccia animale, percorro qualche metro strisciando e come un tasso mi ritrovo accucciato in un incavo della roccia in quella che molto probabilmente è una tana.

Nessuna grotta, nessun ingresso simile a quello rappresentato dalla fotografia.
Sembriamo cinghiali affamati tanto che ci mettiamo a frugare il sottobosco in corrispondenza delle pareti rocciose per stanare qualche anfratto. Ce ne sono parecchi, per la verità, ma tutti di infime dimensioni, ma l'ostinazione è tanta e proviamo a testare la profondità di questi piccoli pertugi con dei rami lunghi al massimo un paio di metri ma assolutamente sufficienti per tastare il fondo.
Niente da fare. Incominciamo ad essere stanchi e decidiamo di ritornare alle auto, non prima di pensare ad un bel birrozzo con affettati annessi su in Baita Fiorine.
Giusta e meritata fine di una bella giornata che ci vede ancora curiosare sul fondo della grottina di Santa Felicita alla chiesetta di Sant'Antonio Abate sull'altro versante del monte dopo il Salto delle Volpi. 

Sculture lungo il sentiero. Foto: Alberto Ciampalini

 Colli Euganei ci rivedremo presto alla ricerca delle piccole ma speciali "grotte" nella vostra trachite e non solo. A rivederci presto.

Marco Romano
Panoramica sopra Rovolon. Foto: Alberto Ciampalini

domenica 27 gennaio 2019

Liberate il Kraken!


È già passato un anno dall’ultima esplorazione laggiù. Un anno durante il quale non ho mai smesso di ripensare a quei posti, tanto remoti quanto affascinanti. In quella punta ci rendemmo subito conto di essere entrati in un altro sistema, tanto erano diversi gli ultimi ambienti trovati.
Infinite volte, in questa lunga attesa, ho provato ad immaginarmi cosa potesse esserci oltre quel limite, al di là di quella finestra.
Saltata la punta estiva per le scarse disponibilità e quella di novembre causa maltempo riponemmo tutte le nostre speranze su quella invernale, storicamente la più fortunata.
È il primo pomeriggio di mercoledì 2 gennaio quando, carichi come muli, costeggiamo il Lago della Stua e ci incamminiamo verso la Piana di Erera. Circa 3 ore ci separano dalla Casera Brendol e da ciò che più la rappresenta, il minestrone del Cicca.


Dopo una notte abbastanza ventosa, verso le 10 di mattina abbandoniamo la Casera e ci dirigiamo all’ingresso grotta. Quest’anno siamo in 5. Avrò il piacere di condividere questo lungo viaggio con Francesco Sauro, Mattia Merlo (Figata), Giovanni Ferrarese (Ciccio) e Filippo Felici (Felpe).
Appena giunti in prossimità della grande frattura d’accesso al PE10 Ciccio ci comunica che non se la sente di entrare. La causa è un forte mal di schiena che lo tormenta già dalla sera prima.
Ci dobbiamo riorganizzare con i materiali. Ora siamo in 4 con 6 sacchi, non ci sono alternative.
È da poco passato mezzogiorno quando incomincio ad attrezzare il pozzo d’ingresso. Un paio di frazionamenti, passo il deviatore e un rumore secco precede una pendolata di qualche metro nel vuoto. Riesco ad aggrapparmi al traverso sottostante e subito mi ritrovo sul discensore l’intero deviatore (moschettone, fettuccia e piastrina). È saltato l’attacco, o meglio, si è spezzata la vite dello spit. Incominciamo bene. Per fortuna era solo il deviatore.
Tutto procede poi regolarmente. Facciamo qualche sosta per recuperare un po’ di materiale per strada e all’incirca dopo 12 ore di progressione siamo al bivacco di Samarcanda (Campo 3). Montiamo velocemente una seconda tendina (nell’altra ci si sta solo in 3) e finalmente ci concediamo una bella dormita.



Freschi e riposati, dopo un’abbondante colazione, partiamo per l’esplorazione. Altre 2 ore di progressione ci separano dal limite raggiunto lo scorso anno. Arriviamo quindi sul Pozzo del Fanciullo (lo discese per primo Marco ancora minorenne) e qui ci dividiamo. Io e Cesco scendiamo per vedere il ramo a valle mentre gli altri iniziano un bel traverso per raggiungere l’imbocco della galleria più in alto. L’obiettivo principale è quello di continuare a salire nella speranza di trovare l’ingresso alto.
Ci diamo appuntamento un paio d’ore più tardi.
Scendiamo seguendo l’attivo fino ad un saltino dove l’ultima volta ci eravamo fermati per mancanza di materiale. Armo la calata, pendolo sul terrazzo più in là e subito vedo nero oltre alcuni massi incastrati. Là sotto c’è un ambientone, tanta acqua e tanta aria. Per scenderlo però ci vorrebbe più corda e noi abbiamo solo una 40 (la priorità è la finestra in alto). Bisognerebbe bypassare quel saltino di 7-8 metri. Proviamo a disarrampicare più indietro, superiamo alcune strettoie e ci troviamo proprio nello stesso punto. Adesso che abbiamo corda a sufficienza inizio a scendere, 3 frazionamenti e sono nel vuoto in un pozzone di 30 metri con un grande frastuono d’acqua. Dalla base partono due vie. Cesco segue l’attivo e dopo un po’ ritorna dicendo che continua, io invece mi arrampico su un a finestra e proseguo in galleria fino ad arrestarmi su un pozzo da scendere. Per il momento quaggiù può bastare, adesso dobbiamo raggiungere gli altri.


Saliamo rilevando e, proprio uscendo dal pozzo, ci accorgiamo che in alto dalla parte opposta parte una galleria comodamente raggiungibile. E noi che pensavamo fosse un rametto trascurabile.
Più tardi chiameremo questo posto “Ramo Stroganoff”, in onore della più discussa e migliore busta
liofilizzata della punta (carne stroganoff con riso).
Raggiungiamo Felpe e Figata ben 4 ore dopo esserci separati. Nel frattempo, con grande estro,
hanno attraversato il pozzo su delle cenge e sono entrati nella galleria in alto.
Una volta arrivati lassù ci troviamo, come per magia, in un luogo che tutti noi avevamo sognato. Un
grande meandro a buco di serratura dà accesso a quelle che poi chiameremo “Terre di Lochness”.
Sul fondo scorre un piccolo corso d’acqua. Ai lati, più in alto, le rocce sono ricoperte di sabbia. Qui
rinveniamo tracce vegetali e uno scheletro di pipistrello. 


Proseguendo, tra una curva e l’altra, il rumore di una cascatasi fa sempre più forte e vicina.
Sbuchiamo in una bella sala dove ci sono i nostri compagni già impegnati nella risalita di un pozzo
da 20 metri. In cima, dopo un bel meandro sfondato, si ritorna di nuovo a camminare su sabbiolina. E’ l’euforia più totale, nessuno di noi ha mai esplorato posti simili. Gli ambienti sono veramente grandi e le nostre urla di gioia rimbombano per tutto il ramo. Intercettiamo un altro arrivo d’acqua, superiamo alcuni laghetti e ci troviamo di nuovo un pozzetto da risalire.
Arrampicando in opposizione da un lato riesco ad arrivare su un terrazzino, quindi con 3-4 attacchi attraverso e sono fuori. 
Attrezzo la calata, poi Felpe e Figata vanno avanti mentre io e Cesco rileviamo.
Si continua a risalire l’attivo, prima in libera poi con un saltino di 3 metri. Ormai non ci resta molta corda, forse 20 metri, ma la fortuna quest’oggi sembra sorriderci. Troviamo un’altra bella sala con l’ennesimo risalto che a spanne stimiamo fattibile con la corda rimasta. Qui la grotta cambia ancora, noi risaliremo nel fossile tralasciando l’attivo.
Sfruttando un paio di terrazzi, in poco tempo e con poco materiale, Felpe riesce a salire su. Arma più tirato possibile e la corda arriva ad un metro da terra, che culo!
Abbiamo fatto fuori quasi 200 metri di corda e sappiamo che questi saranno gli ultimi ambienti esplorati. Mentre salgo sento Felpe borbottare qualcosa ma capisco solo “mostro”. Lo raggiungo e mi basta vedere nero dietro di lui per capire di cosa stava parlando. Siamo capitati di fronte, anzi sotto, ad un mostro impressionante. La roccia sale liscia e tonda per chissà quanti metri. Le nostre luci non bastano per illuminarlo completamente. Arriva Cesco, ancora ignaro di tutto ciò, chiedendo a Felpe cosa ci sia di così incredibile: “eh dimmi un po’ tu” è la risposta!
Con il telemetro misuriamo un diametro di quasi 20 metri, 16 metri in basso e 81 in alto. Siamo sconvolti, ci aspettavamo di tutto ma a questo non eravamo preparati.
Bisogna darli per forza il nome di una creatura spaventosa dice subito Cesco, magari un mostro marino. Il “Kraken” li calza a pennello.
Cercavamo l’uscita proprio qua sapendo che avevamo poca roccia a dividerci dall’esterno. Ora, con un pozzo così, potremmo essere veramente ad un soffio dalla luce del sole.
Il rilievo poi dirà che non dovrebbero esserci più di 30 metri dalla sommità del Kraken a fuori. Questa primavera si comincerà a battere la zona di Pian di Cimia, dove ci sono già alcune cavità note.

La speranza è di poter scendere dall’alto questo mostro e dare finalmente una svolta eclatante alle esplorazioni laggiù. Viene la pelle d’oca a pensare quanta progressione si eviterebbe e soprattutto quanto più sicura diventerebbe l’esplorazione di queste zone, al momento ancora lontanissime dall’ingresso.
In totale questa volta abbiamo risalito 140 metri, senza considerare il Kraken, e ne abbiamo rilevati 500.
Abbondantemente appagati, ma un po’ stanchini, rientriamo al campo dove riposeremo per le successive 12 ore. Tanta è ancora la strada da qui all’uscita.
Altra sosta di qualche ora in Locanda (Campo 2) e poi via sparati verso la Casera.
Rivediamo il sole domenica mattina. La giornata è splendida, non potevamo chiedere di meglio.
Al rientro in casera, oltre a Ciccio, il Cicca e il suo socio Dionisio, troviamo anche Stefano, salito per darci una mano nel trasporto dei materiali a valle. Grazie!
Il clima è davvero festoso, si mangia e si beve come non ci fosse un domani. In questa atmosfera magica rea
lizzo quanto fortunato sono a vivere momenti così circondato da queste fantastiche persone.
La discesa a valle, tra una chiacchera e l’altra, passa velocemente e in un amen ci ritroviamo di nuovo immersi nella civiltà.
Alla prossima, sperando di poter narrare della “liberazione del Kraken”.


Fotografie e post di Alessandro Benazzato

venerdì 6 luglio 2018

Pensieri di corsista

Con oltre un mese di colpevole ritardo pubblico i "Pensieri dal profondo" del nostro corsista Marco dopo la penultima uscita del corso al Bus della Genzia

Disturbo post traumatico da stress di un aspirante speleo, emozioni dal 45 esimo corso di introduzione alla speleologia

Come godo quando vivo intensamente le mie paure. Questa domenica è stato così. Il tombino di ingresso, la scaletta, il buio, la sbuffata di aria fredda e umida che arriva dal profondo. La Grotta. L’inospitale, i rischi e il mondo... fuori.
Scendi e prendi contatto con la roccia, con i tuoi compagni di viaggio, respiri e ti concentri, inizi a restringere il campo percettivo, i pensieri belli e brutti sono parcheggiati fuori, tu sei dentro, ora.
Altro compartimento della tua esistenza, compartimento stagno, inviolabile....o no?
Te stesso e i tuoi compagni di viaggio e un solo appiglio, la tecnica, lo strumento, la condizione di adattamento.

Arriva la prima verticale, il pozzo, ascesa inversa delle montagne rovesciate.
Gli strumenti, la tecnica, mezzo di locomozione per superare la paura dell’abisso che ti entra dentro come una boccata di schiuma densa di birra che sparisce per far defluire il luppolo nella gola come un’uscita dal meandro verso la tenebra.
La corda e il vuoto, che vuoto non è, abbracciato dal buio e dalla roccia che appare lingua solcata da rivoli acidi. Scendo. Sono nella S del discensore, sono la corda che suda fango frizionando sul moschettone di rinvio.

Il ritorno breccia fuori dalla bolla percettiva, lo senti, ma voglio godere della paura, dell’angoscia, dell’ansia, voglio spaventarmi, voglio pensare al mondo parcheggiato fuori, sopra, penso a mia figlia che è a casa e che chiede di papà.
Voglio aprire le porte alla percezione del fuori di me, voglio realizzare a pieno, quanto io sia piccolo di fronte al resto.

Tonnellate di roccia mi circondano, il buio, il freddo, il viaggio di ritorno lento per forza, le risalite, la paura di non farcela. Il cuore batte, batte veloce, motore di una macchina che si può fermare.
Godo di questo. Se sei vivo lo devi verificare accarezzando la morte.
Salgo con l’euforia del drogato di endorfine, con già la malinconia dello smarrimento emozionale.
Godo nel sentire ancora le forze nelle gambe e il cuore che pompa forte e piano.
L’uscita è la spiaggia calda e afosa che ti narcotizza, la Grotta è dietro che già ti tira giù come un drago che rabbioso rutta schizzi acidi che corrodono i pensieri.


Marco R.

martedì 6 marzo 2018

Il fascino di dare una forma a un susseguirsi di vuoti



Corso di Rilievo topografico ipogeo con metodo tradizionale
Il fascino di dare una forma a un susseguirsi di vuoti


Nel week end del 24/25 febbraio 2018 si è tenuto a Satriano di Lucania il corso di rilievo topografico ipogeo con metodo tradizionale organizzato dal Comitato Esecutivo Regionale Campania, Molise e Basilicata della CNSS-SSI in collaborazione con la Scuola di Speleologia Lucana.
Si è trattato di un week end formativo in cui si sono alternate lezioni teoriche e attività pratiche volte ad acquisire i rudimenti su come si esegue il rilievo di una grotta, cioè come si può riportare su carta, e quindi in 2D, il suo sviluppo tridimensionale.
Con grande piacere ho potuto prendere parte a questo corso. E ho pensato di condividere la mia esperienza.
Mi sono avvicinata al mondo della speleologia da due anni…sono ancora una principiante. Fin da subito questo mondo mi ha rapita, facendomi appassionare. Ho mosso i miei primi passi con il Gruppo Speleologico Padovano e fin dagli inizi sono stata travolta e affascinata dai racconti su grotte come la Spluga della Preta e i Piani Eterni. Ho sempre nella mente qualche serata in cui in gruppo si era dispiegato quel grande foglio che prendeva metà tavolo con il rilievo della Preta, o quando alla casera sulla piana dei Piani Eterni, nei momenti di riposo, ci si ritrovava attorno al tavolo e si tiravano fuori quei rotoli di carta, un po’ vissuti e con i bordi mangiati, che riportavano lo sviluppo di un complesso che sembra non finire mai. Il dito di chi la grotta la conosce bene si muoveva morbidamente su quei fogli, quasi a tracciare il percorso che si fa nella realtà, con corde o attraversando fessure e meandri. Io seguivo con gli occhi, ripercorrevo nella mente i tratti che avevo potuto già percorrere nella realtà, e mi immaginavo quelli ancora a me ignoti, ricreando gli ambienti attraverso i racconti. Li guardavo, un misto di fascino e desiderio di poter un giorno vedere anche quegli angoli di grotta in cui non sono ancora stata, ma di cui ho sentito solo i racconti o letto pagine di libri.
Questo è ciò che permette l’attività di rilievo: portare nel mondo esterno ciò che possiamo percorrere, o che altri hanno percorso, sotto terra. Renderlo disponibile a chi sta fuori e che magari sogna di vederlo…o che talvolta nemmeno sa che là sotto c’è qualcosa!! Fornire una mappa per poter guidare i futuri esploratori, dare indicazioni del percorso che li aspetta e della bellezza di ciò che possono trovarvi e dei punti in sospeso che possono nascondere ancora delle affascinanti sorprese.
Ecco…guardavo quei rilievi…e ogni volta sentivo di avere un conto in sospeso. Ripensavo al mio primo rilievo, fatto in una delle lezioni del corso di introduzione alla speleologia. All’epoca, forse, ci capivo ancora poco e, beh, il risultato non era del tutto attinente alla realtà. Poligonali che non si chiudevano, ambienti che nella realtà non esistevano ma che su quel foglio di carta millimetrata avevano inspiegabilmente preso forma… beh… c’era da migliorare decisamente.
Questo è il motivo che mi ha spinta a cogliere l’occasione al volo non appena ho saputo che si teneva questo corso. Volevo imparare a capire quelle carte che spesso vedevo in gruppo o in casera, imparare a come dare vita, dare una forma, a quel susseguirsi di vuoti nei quali ci muoviamo quando andiamo in grotta.
E così, da poco adottata dal Gruppo Speleologico Vespertilio (mi sono spostata in Puglia per lavoro), con Giacomo e Michele, venerdì sera siamo partiti alla volta di Satriano di Lucania. Una pausa al volo al punto di ritrovo per unirsi a Giampaolo, Angela e Vincenzo (ero pure emozionata di conoscere il presidente della SSI!!) e poi via verso Potenza.
Il viaggio è volato...tra le mille domande di Giacomo sulla mia vita, che ormai potrebbe scrivere la mia biografia (se perdo la memoria, posso tranquillamente chiedere a lui!!!!). Arrivati a Satriano, ci siamo rifocillati con alcuni amici Lucani, per poi darci appuntamento al giorno dopo. Rigorosamente al bar tra le sette e sette mezza perché solo in quell’arco di tempo Rocco sarebbe stato ad aspettarci per offrire la colazione a tutti!!!!!
Per le due notti, Rocco ci aveva messo a disposizione una delle sedi della protezione civile di Satriano. Con grande meticolosità, aveva preparato le brandine per tutti, ognuna con una sedia dove poter appoggiare le nostre cose. Con l’immancabile quadro che è stato prontamente posto sopra il letto di Angela. Dopo un sorso di vino (proveniente dalla cantina vinta a una lotteria!!!) e qualche tarallo, ci siamo infilati tutti nei nostri sacchi a pelo per la nanna.
Sabato mattina, alle 7 tutti svegli. Avevamo solo 29 minuti per farci trovare puntuali al bar per la colazione!!
Dopo esserci svegliati con un bel caffè, cornetto e una partita a calcetto, e riuniti con tutti i partecipanti, ci siamo diretti al castello di Satriano, per la parte teorica del corso. 
Uno scorcio del paese Satriano di Lucania (foto: Savioli)
Dopo l’introduzione da parte di Giampaolo (Direttore del corso), di Vincenzo Martimucci (Presidente SSI)  e dei rappresentanti delle Scuole di Speleologia che hanno collaborato al corso, Paolo ci ha dato i primi rudimenti, spiegandoci le tipologie di cavità, come scegliere il punto di partenza e quali riferimenti adottare e infine gli strumenti necessari per il rilievo in grotta: rullino o disto per le misure di distanza, la bussola per l’orientamento, l’inclinometro per la direzione, matita, fogli e quaderni, magari anche quelli plastificati perché migliori in ambienti umidi come la grotta, per riportare le misure e fare già un abbozzo, come suggerito poi da Nino.
Usciti dalla grotta ci servono righello, goniometro, matita, carta millimetrata e carta da lucido per la restituzione dei dati.
Come poter informare poi le persone del nostro lavoro? Il catasto!!!! Una volta prese le nostre misure e riportate su carta, occorre registrare la grotta al catasto, compilando l’apposita scheda nella quale si riportano le informazioni: coordinate geografiche per localizzare l’ingresso, la zona in cui si trova, l’avvicinamento, lo sviluppo... In questo modo si rende nota la grotta anche a chi non vi è mai stato!! E possibilmente senza farlo perdere alla ricerca dell’ingresso!!!
Poi Nino ci ha spiegato come arricchire il nostro rilievo con i vari particolari: massi lungo il percorso, tipo di pavimento su cui ci muoviamo, caratteristiche alle pareti, sul soffitto, tipologia di roccia, anche eventuali stratificazioni. Ognuno può sviluppare il proprio stile, decidendo quali informazioni inserire, se fare un rilievo dettagliato o essenziale…l’importante è fornire a chi lo legge le informazioni necessarie a comprendere la grotta.


Nella sala dove si è svolta la parte teorica del corso (Foto: Paladino)
Apprese le basi, abbiamo formato le squadre. Tre squadre si sarebbero dedicate a tre rami differenti di una grotta, una squadra avrebbe rilevato la ‘Grotta delle cantine’. Rocco, Roberto, Vincenzo ed io avevamo il compito di rilevare uno dei rami di quella che poi denomineremo ‘Grotta del Palo’. I nomi in speleologia hanno sempre un loro perché…e questa volta non poteva essere da meno. Nella parte iniziale della grotta, un lungo palo la attraversa…forse la rimanenza di una vecchia trivella.
Preparate le nostre sacche di rilievo, i fogli su cui riportare le misure, fatto un po’ di prove sull’uso degli strumenti, partiamo per raggiungere le nostre mete. Pranzo al volo consegnatoci dal nostro Rocco, che per tutto il week end si è preso cura di noi con grande dedizione, un gustosissimo panino con la parmigiana (da leccarsi i baffi, ve lo garantisco!)…e poi via alla grotta del palo.

Il gruppo di lavoro alla "Grotta del Palo" (Foto: Paladino)
Tratto iniziale della Grotta del palo, al termine della zona di crollo (Foto: Paladino)

il palo dal quale prende il nome la grotta (Foto: Paladino)
Una volta entrati e suddivisi nelle nostre squadre, abbiamo iniziato il rilievo. Armati di bussola, inclinometro e disto abbiamo preso le misure. Attenzione al palo! Essendo di ferro può influire con la bussola, quindi fate attenzione a non avere oggetti che influenzano le misure nei vostri dintorni (anche le batterie delle torce) altrimenti quando riportate i dati su carta, rischiereste di scoprire stanze o finire in zone che non esistono!!! Ve lo garantisco!!!
Con Rocco, ci siamo alternati a prendere le misure e riportarle nella nostra tabella con i vari capisaldi, mentre Roberto e Vincenzo ci guidavano con grande dedizione nelle nostre attività, facendoci da capisaldi, e dandoci preziosissimi consigli su come pianificare il nostro percorso, come prendere le misure, appuntarsi informazioni utili quali la presenza di stanze o forme di sassi che poi potremo usare per arricchire il nostro rilievo, o caratteristiche delle pareti, del soffitto, del terreno su cui ci muoviamo. Quante cose si possono annotare…e quante cose poi scopri di non aver annotato che potevano essere utili!!! Questo è il bello del rilievo…dare vita alla grotta attraverso i nostri occhi…e cercare di carpire quante più informazioni possibili per farle un bel ritratto!!!

Con Rocco, mentre prendiamo le misure in corrispondenza dei caposaldi (Foto: De Marco)
Terminato il rilievo, siamo tornati al punto di partenza. Il nostro percorso era iniziato in corrispondenza di una diramazione. E la tentazione di andare a scoprire cosa nascondeva il secondo ramo era tanta… perciò via, giochiamo a fare un po’ gli esploratori. Raggiungo quindi Michele e le sua squadra nel secondo ramo di grotta, quello che si apriva verso il basso. Una piccola sala col soffitto coperto di stalattiti, ognuna con la sua gocciolina, si apre ai nostri occhi. È sempre emozionante vedere queste formazioni…pensare che quegli ambienti crescono, cambiano, goccia dopo goccia, in tempi lunghissimi, che vanno ben oltre la nostra normale concezione del tempo!! Con Michele, proviamo ad addentrarci in qualche strettoia curiosi di scoprire dove porta la grotta, se prosegue, se consente di continuare. Qualcuno ci è già passato. Una freccia fatta con del carburo indica la direzione da seguire. Ogni apertura, ogni vuoto, ci porta ad acuire la vista per vedere se di là si può continuare…e si prova a infilarcisi, a strisciare, a volte con un po’ di contorsionismo, spinti dalla curiosità dell’esplorazione.

Il tetto di stalattiti nel ramo inferiore della grotta del palo (Foto: Martimucci)
Torniamo indietro, raggiungiamo Vincenzo che è intento a capire dove tira l’aria tra le insenature della grotta. E poi riprendiamo la strada verso l’uscita.
Ci aspetta la seconda parte del lavoro: riportare su carta i nostri dati.
Sempre sotto la guida di Vincenzo e Roberto, dai quali cerco di rubare quanta più conoscenza possibile, con Rocco iniziamo a tracciare la nostra poligonale. Scegliamo il punto in cui posizionare il caposaldo 1 e poi via con la sezione, direzione della bussola, valori di distanza in orizzontale, misura dell’altezza, distanza da terra, distanza parete a destra e a sinistra. La nostra grotta piano piano prende forma. Ed è bello vederla formarsi sotto i nostri occhi. Aspetta, qui abbiamo preso quella fessura, qui eravamo su quel masso, qui ci siamo appoggiati a quella parete, ti ricordi? E qui…qui…qui che cosa c’era? Per fortuna abbiamo fatto qualche foto, così ci mettiamo a studiare quelle per poter riportare sul nostro disegno quante più informazioni possibili. Osservo con grande attenzione come Vincenzo arricchisce la sezione con particolari come zone di crollo, massi, e lo sfumato che rende l’idea delle pareti che racchiudono quei vuoti…ne rimango affascinata. Piano piano vedo affiorare quegli ambienti che abbiamo percorso poche ore prima. Ogni tanto vado a sbirciare il rilievo degli altri, ci diamo consigli, proviamo ad unire i vari rilievi per dare una visione generale dello sviluppo della grotta. Angela nel suo rilievo riporta anche le foglie presenti nel tratto iniziale… (lei, con la squadra di Nino, si era recata all’altra grotta). Ecco cosa significa dare una forma alla grotta attraverso i propri occhi. Ognuno può scorgere particolari differenti, darle una propria anima. E noi che non ci siamo stati possiamo sapere che all’imbocco di quella grotta cammineremo su un tappeto di foglie!
Si sono fatte le 19.30, è ora di cena. Lasciamo sui tavoli i nostri rilievi, squadre, goniometri, righelli, matite…termineremo il lavoro domani.

Alcuni momenti durante la restituzione del rilievo (Foto: Paladino)
Dopo una lauta cena, ci dirigiamo verso la sede della protezione civile. Questa sera la riempiamo tutta!! Il giorno dopo a darci il buongiorno un timido sole, che inizia debolmente a riscaldare e sciogliere il sottile strato di ghiaccio che si è formato durante la notte. Che freddo!! Passeggiando per le viette di Satriano per raggiungere il bar che ci aspetta per la colazione, posso ammirare i numerosi murales che arricchiscono i muri delle case. Ce ne sono più di cento mi informa Rocco. E illuminati dalla luce del sole fanno davvero un bell’effetto.
Caffè, cornetto…e via a terminare i nostri rilievi. Manca da finire la pianta della grotta. Questa volta provo a cimentarmi nel disegnare i particolari...nel fare lo sfumato con le dita (tanto odiato da Giacomo!!). Il rilievo va poi completato inserendo nome e località della grotta, coordinate GPS, persone che hanno rilevato. Decidiamo di dare un nome alla grotta. Quel palo della trivella è rimasto impresso a tutti. Forse un po’ stona con l’ambiente circostante ma proprio per questo è ciò che la distingue. Decidiamo quindi di chiamarla (provvisoriamente) la ‘Grotta del Palo’!!!
Il lavoro è terminato. E ci avviamo alla conclusione.
Il risultato finale del nostro lavoro di rilievo (Foto: Paladino)
E’ stato un week end bello e intenso. Sono molto contenta e soddisfatta di come si è svolto il corso e di tutto quello che ho imparato. La compagnia è stata a dir poco coinvolgente ed è stato bello trascorrere queste due giornate insieme. Una volta ricevuti gli attestati di partecipazione, arriva il momento dei saluti. Il tempo sembra volato, ma al contempo sembra di essersi conosciuti più di un giorno fa.
Il prossimo appuntamento è per la seconda parte del corso, l’ultimo week end di aprile, dedicato al rilievo digitale.
Un grande grazie a chi ha organizzato, agli istruttori che ci hanno seguiti in questi due giorni, che ci hanno guidato dandoci suggerimenti e insegnamenti che vanno ad arricchire il nostro bagaglio di conoscenze in questo mondo della speleologia.
E mi piacerebbe concludere con un messaggio che Paolo ci ha lasciato al termine del corso:
‘Cerchiamo di aprirci come gruppi, di condividere, di aiutarci… perché solo così si può crescere!!’.
Dopo questo corso, decisamente credo siamo tutti cresciuti un po’!!!

Livia