lunedì 10 luglio 2017

BREVE NOTA SUL RITROVAMENTO DELLA CANNONIERA DEL BASTION PICCOLO E SULL'ESPLORAZIONE DEL FORO DI SCASSO CENTRALE DEL TORRIONE


Padova, 5 luglio 2017
Padova sotterranea: la ricerca continua 

Oggi, il Bastion Piccolo, il primo bastione esaminato, esplorato e rilevato nell’ambito delle ricerche di Padova Sotterranea (dic. 2008) ha disvelato a distanza di 9 anni alcuni dei suoi segreti sfuggiti alle indagini, pur minuziose, eseguite finora: l’esistenza delle cannoniere nei due fianchi, mai viste prima perché sepolte, e la presenza di uno strano, inusitato cunicolo di scasso attraverso la sua robusta parete venuto alla luce dopo il radicale diserbo effettuato mesi prima.
Il tutto nasce in seguito alla programmata attuazione di una serie di scavi archeologici eseguiti a ridosso delle mura rinascimentali, propedeutici al progetto esecutivo di restauro della cinta muraria cinquecentesca avviato pochi mesi fa nel settore nord della città, tra i Carmini e il Bastione Venier, al Portello. Si tratta del primo vero progetto di lungo respiro per le mura, “storico” per la sua importanza, che consentirà di riportare in luce, risanare e valorizzare il più lungo e forse più importante monumento storico-architettonico di Padova: 11 km di massiccia muraglia, quasi dappertutto visibile e ben conservata, tra le più lunghe d’Italia e d’Europa, sopravvissute ai secoli e all’azione demolitrice del tempo e dell’uomo. Un caso unico di cui la Città del Santo e di Tito Livio dovrebbe andare fiera.
Uno dei sondaggi ha toccato la cortina e il fianco del Bastion Piccolo (o Mezza luna, o Torrion Picciolo, come lo definiscono i documenti d’epoca) alla ricerca di informazioni sullo stato delle parti sepolte da metri di secolare deposito alluvionale a ridosso del Piovego: tra queste le “tubazioni” strombate di sparo, a sezione rettangolare, che avrebbero dovuto consentire alle bocche dei cannoni (inserite dentro e manovrate nella casamatta interna) di togliere di mezzo ogni assalitore che avesse tentato di avvicinarsi alle mura attraversando la fossa o le acque a loro tangenti: il cosiddetto tiro d’infilata, micidiale, a palle o a mitraglia.
Il problema per noi era che, da fuori, il propugnacolo difensivo è quasi per metà della sua altezza complessiva originale avvolto dai sedimenti delle alluvioni cinque-sei-sette-otto-novecentesche, praticamente costanti da sempre e rivelatesi tali da rendere improbo sin da subito ogni tentativo di pulizia e dragaggio dell’anello fluviale esterno, con l’eliminazione dalle pericolose golene (o “maresane”, o “poleseni” come venivano chiamate) che vi si creavano: operazioni effettuate per l’ultima volta nel 1607, poi interrotte, forse saltuariamente messe in atto solo in alcuni punti chiave (porti) delle vie d’acqua. Ma la (bellissima e ammiratissima) cinta era diventata, nel frattempo, obsoleta, più adatta al controllo daziario e alla lotta al contrabbando che alla difesa dai nemici, che premevano ormai lontano, nelle terre del Levante (Impero Asburgico, Impero Ottomano), lontani da Venezia e dal suo entroterra.
All’interno del bastione, le cose non stavano meglio: il fango del Piovego, passando con le piene attraverso fessure, cannoniere e quant’altro aveva invaso la casamatta e innalzato il piano di calpestio a livello della golena esterna (+ 2,30 m circa dal piano di calpestio interno) e coprendo uniformemente il tutto. Non si poteva scorgere nulla, solo scandagliare con aste di ferro attraverso il morbido deposito limoso per tentare di localizzare il “pavimento”: operazione che abbiamo svolta con buon grado di precisione. Ma delle cannoniere, nessuna traccia. Eppure ci dovevano essere, il foro del pozzo di ventilazione del soffitto a crociera del bastione lo dimostrava: non erano stati certo incompetenti gli architetti del 1521 nel costruirlo, sapevano che era necessario, ne avevano installati ben due per “arieggiare” a dovere quel sotterraneo.
Ma c’erano anche delle carte antiche, d’archivio, emerse fuori per caso e per fortuna da una persona amica che ce le aveva passate, in via riservata (c’erano studi in corso). Una di quelle figure
che navigano negli Archivi di Stato come gli hacker smanettano in rete: e quelle le carte parlavano chiaro. C’era una “Relatione del lochi usurpati” del 9 ottobre 1598, scritta in funzione del controllo dei Rettori sulle parti della cinta muraria abusivamente occupati da privati che dice, a proposito del tratto tra Porciglia e Arena: «…dietro essa muraglia, contiguo ad essa strada fino alla Gradella, continua una usurpazione di molta importantia, posseduta da’ clarissimi Navagieri, trovandossi nel terreno piantade le vigne et arbori et non è più discosta dalla cortina di pasa sei, in luocho di vinti che doveria esser. Nel istessa usurpazione è richiusa la porta che serve alla Meza Luna per strada sotterranea da andare alle canoniere inferiori».
Dunque le cannoniere, almeno a quella data erano presenti: oggi, finalmente, lo scavo ne ha rivelata una (non subito, all’inizio sembrava non ci fosse nulla, non si vedevano quasi per niente i mattoni dritti della ghiera dell’arco, abbiamo dovuto avvicinarci, guardare da vicino e…: eureka!).
La bocca chiusa spara-fuoco sembrava ci volesse sorridere o prendere in giro, con la sua conformazione ed altezza insolita (diversa dalle altre vicine del Portello) rispetto al Piovego: ci costringerà a studiarla. Per intanto sappiamo com’è e dov’è, insieme alla gemella speculare sull’altro fianco.



Non era ancora finita, tuttavia.
Poco più in là, ben visibile, ora, dopo i recenti radicali disboscamenti della superficie del torrione infestato dalla vegetazione eseguiti mesi fa, è apparso un buco nella parte centrale della scarpa, a 1,70 m da terra che nel 2008 (anno dei rilevamenti) non era apparso significativo, sembrando solo una “nicchia”. Il foro si è rivelato di fatto un traforo di tutto rispetto, passante attraverso la dura breccia del manufatto per oltre 3,10 m e chiudendo su una parete di mattoni. E’apparso subito chiaro che il cunicolo era stato ricavato intenzionalmente in tempi “moderni” sia dall’interno che dall’esterno, era largo circa 70 cm lungo l’asse, alto 35-40 cm (in fondo 70 cm). L’intento non è chiaro ma si avanza l’ipotesi che servisse come postazione di tiro diretto, realizzata durante gli eventi risorgimentali del 1848 quando era stata messa in atto la difesa della città: così come era avvenuto presso vari baluardi del settore occidentale. All’interno della casamatta del bastioncino di fatto appare chiaro il punto di sfondamento, risarcito successivamente.
Un’altra ipotesi riguarda la creazione di un passaggio per facilitare l’introduzione in città di merci e materiali di contrabbando. In ogni caso un elemento in più per raccontare la storia cittadina e quella di quel piccolo, ma spettacolare, “bastioncino”, il più elegante e rifinito (al suo interno) propugnacolo difensivo di Padova.
Quella di oggi al Bastion Piccolo si è rivelata una delle tante soddisfazioni che, pur piccole, aggiungono sicuramente un tassello in più (e non da poco) all’infinito mosaico di cui si compone la conoscenza delle Mura e della storia di Padova




Hanno partecipato all’ispezione rilevazione odierna:
- Claudio Montagnoli
- Vittorio dal Piaz
- Adriano Menin



Gruppo Speleologico Padovano CAI e Comitato Mura di Padova


Adriano Menin

mercoledì 5 luglio 2017

Il ponte delle "grade" di Porciglia c'è ancora

(6 aprile / 3 luglio 2017) - Lo si sospettava, diciamo che ne eravamo certi, ma che il ponte sotto cui passava il canale Santa Sofia esistesse ancora, sotto largo Meneghetti, e in che condizioni fosse, andava verificato. Ne abbiamo avuto l’occasione lo scorso aprile, grazie alla disponibilità di AcegasApsAmga e del Settore Edilizia Pubblica del Comune di Padova, che ci hanno permesso di ispezionarlo per effettuarne il rilievo nell’ambito del “Progetto Padova Sotterranea”, ma anche in funzione dei ragionamenti che si stanno facendo, da parte del Settore e della progettista, l'architetto Patrizia Valle, intorno al restauro del tratto di mura fra Arena e Castelnuovo, le cui tracce qui scompaiono alla vista e andranno in qualche modo rimesse in luce, o segnalate in qualche modo.
Il ponte era infatti parte integrante della cinta cinquecentesca e, sebbene modificato nel corso dei secoli, risale al secondo o terzo decennio del XVI secolo.
Il ponte aveva due arcate, protette da grade, grate scorrevoli verticalmente, in modo analogo al più noto ponte delle gradelle di San Massimo o di quello dei Carmini. Ne è stata ispezionata solo l’arcata orientale, inserita, già all’epoca dell’interramento del canale (1874) nel percorso di una condotta che dal ponte di Santa Sofia si dirama nelle due direzioni, sotto le vie Falloppio a sud e Morgagni a nord. Ma non c’è ragione di escludere che anche l’altra arcata possa essersi conservata, anche se non è chiaro se sia accessibile come questa oppure sia stata completamente interrata. Andrà accertato appena possibile. Intanto, godiamoci la vista di una altro suggestivo angolo della Padova sotterranea. Anche se... non era nato per essere sotterraneo!
È stato emozionante camminare sotto la profonda arcata (oltre 10 m), con la volta, larga 4,60, praticamente intatta. E scoprire che si conserva in perfetto stato, anche se in gran parte nascosta, la ghiera settentrionale in blocchi di trachite, con il bordo sagomato. L’arcata è tamponata ai due imbocchi e si presenta ora come un locale coperto, quasi una casamatta. Nei due tamponamenti si aprono stretti passaggi che danno accesso a due pozzetti, chiusi in superficie da tombini, e alla condotta. Il cui tratto settentrionale, verso il Piovego, è un tubo circolare in cemento, ma a sud è ancora l’elegante tunnel ottocentesco con volta a botte in mattoni, percorribile, stando chini, per centinaia di metri. Nell’arcata del ponte non vi è traccia visibile delle gole in cui scorrevano le grade, forse nascoste dal tamponamento settentrionale, particolarmente spesso.
Diciamo subito che non si tratta di ambienti per i quali si possa al momento prevedere un accesso pubblico, ma documentarli adeguatamente e renderli noti a chi passerà da largo Meneghetti, mediante un tradizionale pannello o un altro espediente tecnologicamente e comunicativamente più aggiornato, se non con l'esposizione diretta, anche parziale,, costituirebbe un importante contributo alla diffusione della conoscenza, non solo del sistema articolato e affascinante costituito dalle mura rinascimentali, ma più in generale della Padova scomparsa, in questo caso della città d’acque che Padova è stata e si spera possa tornare a essere, per quanto ancora possibile, anche attraverso il recupero della memoria.

NOTA: Foto e rilievi effettuati nell'ispezione del 4 aprile 2017 sono stati consegnati sia al Settore Ediliza Pubblica che all’architetto Patrizia Valle. Questo articolo giaceva nel nostro computer da molte settimane. Altri impegni più pressanti ci hanno finora impedito di pubblicarlo. Le indagini in corso per individuare il tracciato delle mura nell’area di Porciglia, richieste dall’architetto Valle, e delle quali vi daremo conto in seguito, ci hanno infine indotto a pubblicarlo, con qualche aggiornamento.

Comitato Mura di Padova e Gruppo Speleologico Padovano CAI
“Progetto Padova Sotterranea”

Per lo stesso articolo sul sito del C.M.: http://bit.ly/2tLqf3S

 




giovedì 16 marzo 2017

Ma che bel Castello...


B: "Tra un paio di settimane forse andiamo a fare un giro in Castel Sotterra"
A: "Ah si? Anche noi stavamo pensando di fare un giro lì ma non abbiamo ancora organizzato"
B: "Beh se ci andiamo, vi scrivo così venite con noi!"

C'eravamo lasciati così io e Bianca a metà Febbraio usciti dalla Gualtiero Savi, splendida grotta del Carso triestino.
Ai primi di Marzo arriva proprio una sua email in cui mi avvisa che per domenica 12 era prevista un'uscita alla grotta "Busa di Castelsotterra"; conosciuta comunemente dagli speleo come "Castello".
Contestualmente mi informava che sarei stato nuovamente io il fotografo dell'uscita in quanto Sandro, una volta ogni tanto, voleva godersi la grotta da "turista" e provare a giocherellare con la sua nuova GoPro.
Per la seconda volta a capo degli scagnozzi dell'S-Team :)

Preparo tutto il materiale, metto in carica gli illuminatori, svuoto la scheda di memoria della reflex, monto il nuovo filtro comprato per proteggere l'obiettivo, pulisco il cavalletto che ormai stava diventando difficoltoso da aprire e chiudere.
Già so che sarà un'impresa ardua fotografare in Castello.
Il problema principale è quello dato dal fango, che caratterizza le grotte scavate all'interno del Montello; sia perchè rischio di far diventare la macchina fotografica una palla informe di argilla sia perchè le foto avranno tutte una tonalità tendente al rossiccio/marroncino, colore che non mette molto in risalto le forme e su cui non spiccherà nettamente il rosso delle tute dei miei compagni di giornata.
Vabbè l'importante è provare, testare e andare con la voglia di passare una giornata in compagnia magari riuscendo a portare a casa qualche scatto carino.

Domenica mattina io e Claudio ci infiliamo nella mitica pandina di Adriano e ci avviamo verso Givera del Montello; punto di ritrovo stabilito dall'organizzatrice.
Dovremmo essere in 20 (3 del G.S.P, 14 dell'S-Team e 3 del G.G.T) e, vista la consistente presenza umana, probabilmente ci divideremo in diversi gruppi separati che andranno in rami differenti.
Arrivati al bar all'ombra di una chiesa piramidale ma rivisitata in chiave neo(schifo)moderna scopriamo invece di essere in 11. Purtroppo molti, tra cui anche Sandro, la compagna Simona, l'organizzatrice Bianca, hanno avuto contrattempi vari e non sono potuti venire.

Dato il più esiguo numero di presenze decidiamo di andare tutti insieme nello stesso ramo. I candidati principali sono i rami inferiori (inferiri a valle, inferiori a monte) perchè caratterizzati dalla presenza di acqua corrente e con forme più fotogeniche. La presenza di acqua in questo caso favorirebbe anche una miglior illuminazione durante la fase di scatto, contribuendo a riflettere e diffondere maggiormente la luce degli illuminatori. Alla fine optiamo per il ramo degli inferiori a monte.

Rimontati in macchina risaliamo il pendio di questo colle e imbocchiamo la presa n°10, stradina sterrata che ci conduce vicino all'imboccatura della grotta. Qui ci cambiamo e subito notiamo che manca qualcosa di fondamentale... non c'è nemmeno una donna!
Non ci buttiamo giù d'animo e in men che non si dica entriamo finalmente in grotta.

Foto: G. Zanutto
Quando si è solo maschi, iniziano le gare di virilità - Foto: G. Zanutto
Questa cavità, che si sviluppa nel conglomerato, pur essendo ad andamento prevalentemente orizzontale non è comunque banale da affrontare; nei continui tratti da superare arrampicando, discendendo e strisciando, ti costringe a stare sempre a contatto con la roccia con ginocchia, con gomiti, con la schiena... e il conglomerato non è certo una roccia liscia :) In qualsiasi posizione tu voglia metterti avrai sempre e comunque un ciottolo che si conficca sotto la rotula, sullo stinco o tra le costole.

Il buon Federico (GGT) per questa giornata si è gentilmente prestato come Cicerone anche se nel gruppone erano presenti due veterani del Castello: il nostro Adriano e Claudio, anche lui del GGT.

Ora per scarsità di tempo libero a mia disposizione farò continuare la narrazione a Daniele.

Il gruppo finale è quindi così composto: Alberto (Rabo), Claudio e Adriano del GSP, Federico, Claudio e Alberto del GGT, Io (Daniele), Filippo, Achille (Ak-Man) e Giorgio dell’S-Team.

Questa uscita è per alcuni un ritorno, per altri, come me, una “prima volta” in questa che è per estensione la grotta più grande del Montello, e sicuramente una delle più labirintiche. Sarebbe troppo alto il rischio di perdersi se non si fosse accompagnati da veterani che la conoscono ormai talmente bene da sapervicisi muovere senza preoccupazioni.

Il Castello presenta una morfologia tipica delle grotte del Montello: concrezioni rarissime, conglomerato, fango e acqua in abbondanza (i rami inferiori sono attivi), saranno le prerogative che ci accompagneranno per tutta la giornata lungo questo labirinto di cunicoli, gallerie, pozzetti da fare in libera ed ambienti freatici talvolta molto ampi, in cui stare attenti a dove mettere i piedi, vista la presenza di buchi in cui sarebbe poco piacevole cadere in un momento di distrazione.
Dall’ingresso si arriva direttamente alla Sala Saccardo, per poi infilarsi in un passaggio a tratti “strettino” denominato Schiena d’Asino, con una discesa da fare in libera di circa 3 metri, per poi raggiungere il pozzetto attrezzato con corda, di circa 7 metri, che porta all’imponente Sala della Frana, che rispecchia perfettamente il suo nome, vista la presenza continua di massi da scavalcare per procedere nel nostro itinerario. Risaliamo la frana, qualche saliscendi, e siamo al Buco del Battesimo, dove si scende un po’ in libera, un po’ allongiati su corda e in un punto usando una scala di alluminio fissa.

Photobombing - Foto: G. Zanutto
Da lì si giunge a quella che è stata chiamata con il nome poetico di Sala del Caos, una sorta di crocevia in cui si scorge l’inizio del Canyon della morte, budello stretto e poco agevole, che però evitiamo, vista la nostra destinazione, ossia il Ramo delle Vaschette e la cascata finale. Imbocchiamo così il Ramo degli Argilloni, dove l’argilla si presenta tutto attorno in uno stato semi-solido. L’acqua, infilatasi nell’interstrato tra la lente di conglomerato sopra e quella limoso-argillosa sotto, ha scavato in quest’ultimo un grande “corridoio”, quasi una sala, abbastanza ampio da permetterci di fermarci per assistere ad una bella lezione di Adriano riguardo alla storia geologica del Montello: un grosso colle formato principalmente dall’intercalazione delle due litologie sopra citate, depositate dal paleo-Piave nell’arco di continue alluvioni a formare un cosiddetto “megafan”; praticamente un conoide fluviale all’ennesima potenza. Durante una successiva fase compressiva di sollevamento tettonico causata dallo scontro della placca Africana contro quella Europea (quella che stava già portando all’innalzamento della catena Alpina), il Montello è stato piano piano esumato. Questa peculiare fase di sollevamento si può scorgere nella geomorfologia locale e nell’attuale percorso del Piave. Il fiume, ai primi stadi dell’esumazione, scorreva in una posizione diversa da quella occupata oggigiorno e, man mano che il Montello cresceva di altitudine, il Piave tentava di rimanere nel suo alveo, scavando quella che ora è la valle, detta Solco di Biadene, che separa il Montello ad Est e la collina di Montebelluna (detta Capo di Monte) a occidente. Con l’avanzare della compressione tettonica, il fiume non è più riuscito a incidere il proprio alveo e, trovandosi davanti il nuovo ostacolo in formazione, è stato costretto a modificare il proprio percorso, andando a occupare la posizione attuale.

Da "La geomorfologia del Montello" - Francesco Ferrarese, Ugo Sauro (2005
)
  "La geomorfologia del Montello" scaricabile qui 

Terminata la lezione, proseguiamo imboccando il Ramo destro degli Argilloni, sempre agevole, che tra il superamento dei sempre presenti blocchi di conglomerato sparsi ovunque, ci conduce al nostro prossimo passaggio su corda, ossia il Pozzo del Vomito, anche questo non molto profondo, circa 7 metri, ma con un ingresso piuttosto stretto.

Scesi per il Pozzo del Vomito, una poco invitante corda pretende d'invitarci ad una risalita su una montagna di guano, cosa che evitiamo, aggirandola sulla sinistra, per ritrovarci così in un ambiente molto spazioso denominato Sala delle Allieve. Io mi interesso riguardo al nome della sala: mi viene ironicamente detto che sì, l'idea era quella di portarci le allieve, ma le allieve non ci sono (annoso problema del gruppo di Treviso, che scarseggia in componente femminile).

Ad un certo punto, camminando su di un passaggio laterale sopra una frana, Giorgio, per motivi a noi sconosciuti, dal niente si gira, ci guarda ed esclama: “Oh, ma oggi nemmeno una donna?!”, per poi dal niente girarsi e tornare a camminare, così, come il virale mem di Paperino che si sveglia di soprassalto per poi tornare beatamente a dormire, scatenando l’ilarità a me e Rabo. La mia domanda a me stesso fu: se ne sarà reso conto solo ora? Allora entrambi capimmo che quella frase doveva entrare  nel mito, che quel meme doveva essere fatto :)


Superata la Sala delle Allieve siamo finalmente nei rami attivi, gli Inferiori a Monte, e qui si che le energie centellinate finora vengono consumate in attività fisica vista l’atleticità dei passaggi in libera, in contrapposizione, passaggi alti sull’acqua che sotto di noi risulta a tratti camminabile ed a tratti più profonda. Protuberanze in conglomerato sembrano messe la apposta per ferire, ma in non molto tempo raggiungiamo incolumi la prima delle nostre mete fotografiche, il Ramo delle Vaschette.
Questo ramo è un ampio corridoio, in cui compare qualche rara concrezione, il cui pavimento, abbastanza piano e regolare, è suddiviso in vasche alte circa 10-20 centimetri, in cui l’acqua scorre limpida e tranquilla. Onde evitare di intorbidirla al nostro passaggio, decidiamo di tirare fuori l’attrezzatura fotografica e Rabo inizia a far foto, con i light-men prontamente piazzati nei punti giusti, ed il risultato è a mio avviso piuttosto notevole, merito anche della bellezza di questa parte della grotta. Qualcuno si ferma a mangiare qualcosa. Nel frattempo Alberto del GGT ci lascia e torna indietro da solo.
 
Inizio del Ramo dell Vaschette. Pavimento coperto da colata - Foto: A. Ciampalini

Grossa colata che ricopre il pavimento nel Ramo delle Vaschette - Foto: A. Ciampalini
Backstage - Foto: F. Rossetto
Foto: A. Ciampalini

Superate con calma le vaschette arriviamo in una saletta dove oltre una frana si staglia un pozzo attrezzato con corda che conduce ai rami superiori (che non rientrano nel nostro itinerario), e che ad osservarlo rende veramente l’idea di “castello”, al punto che, per la sua morfologia praticamente perfetta, mi porta a ricordarmi delle torri degli antichi castelli medievali che mi è capitato più volte di visitare nel corso degli anni. Qualcuno propone una foto della risalita su corda, foto che non verrà fatta, con il disappunto di Filippo, offertosi di immolarsi come modello, rimasto per circa un quarto d’ora pronto con gli attrezzi montati sulla corda.
Da qui un cunicolo a tratti stretto e bagnato ci porta ad un ultima saletta, dove un passaggio costringe a bagnarsi molto a meno di riuscire ad attraversarlo sfruttando la scarsità di appigli ed appoggi sulle pareti; lo affronto dopo una riluttanza iniziale (ho il raffreddore e non vorrei bagnarmi), ma poi, per ultimo, decido di sfoggiare le mie (scarse) doti da climber e riesco miracolosamente ad attraversarlo senza bagnarmi, arrivando anch’io alla cascata.

La cascata è molto bella, scende come velo d’acqua su una colata calcarea molto levigata, e finisce in un laghetto. Dopo una foto alla cascata, decidiamo di sfruttare il laghetto come location per la foto di gruppo; la cosa risulta poco agevole, visto che il fondo fangoso ed instabile tende a far sì che ad ogni scatto ci sia qualcuno che si muove, e riuscire a farne una decente ci porta via parecchio tempo, in cui comunque si ride e si scherza.

Foto di gruppo alla cascata-colata

Fatta la foto possiamo iniziare il ritorno, seguendo lo stesso itinerario dell’andata, con le sue risalite su corda ed in libera, un po’ più rapidamente salvo il fermarsi per fare un paio di foto, ed in un paio d’ore siamo fuori tutti, anche i disarmatori. 

Torniamo alle macchine e ci cambiamo, animati dallo spirito goliardico che ci ha accompagnati per tutto il corso della giornata.

Piccola sosta al bar di Giavera per noi del S-Team, che ci accontentiamo di una birra ed un panino, mentre i Trevigiani e i Padovani dopo la birra si spostano in una pizzeria della zona.
 
Nel complesso, al termine di questo articolo, vorrei porre l’accento sul fatto che un’uscita come questa, tutta al maschile, così rara per noi del S-Team e del GSP, in una grotta così atletica, è stata per chi, come me, è partito alla mattina con un umore a dir poco pessimo, un’ottima maniera di tirarsi su, vista la bella compagnia e l’atmosfera ilare sviluppatasi nel corso della giornata. E non me ne vogliano le lettrici se a così poca distanza dall’8 marzo mi sono permesso più volte di scherzare elogiando la mancanza di una componente femminile, perché, come diceva il buon Freud, c’è solo una cosa, alla fine, nella mente degli uomini… e se mentre eravamo lì, come satiri troglofili ad arrampicarci su rocce di conglomerato, la questione femminile subentrava nei discorsi, evidentemente se ne sentiva la mancanza.
Eravamo un gruppo di uomini, ed avevamo un castello :), ma sempre consapevoli d’essere li, gironzolando allegramente nel “ventre della Madre”.


Alberto e Daniele

Ramo delle Vaschette... la poesia del controluce - Foto: A. Ciampalini