martedì 22 dicembre 2015

Bella, buona, sana ... la grotta in Valsugana



6.00 di mattina. Suona la sveglia e senza accorgermene la spengo e torno beatamente a dormire. Per fortuna sono stato previdente e ne avevo impostata una seconda per le 6.20.
Molto faticosamente mi trascino fuori dal letto e preparo lo zaino. Stavolta decido di portarmi dietro, nel sacco personale, anche la nuova lampada frontale che ho comprato, per vedere finalmente quanta luce fa nel buio della grotta. 
Preparo il pranzo, metto nello zaino gli immancabili pop-corn da fine uscita e mi avvio in gruppo. Partenza prevista per le 7.30 in direzione Grigno.
In sede ci ritroviamo io, Adriano, Sergio e Luca, dato in forse fino all’ultimo minuto. Purtroppo Irene pacca l’uscita per sopraggiunta influenza e Valentina per problemi di lavoro. Davide e Daniele ci aspetteranno al punto di ritrovo: Bar Sport vicino alla chiesa di Grigno.

Arriviamo in paese per le 9.00 ed entriamo nel bar per una seconda colazione mentre nel frattempo aspettiamo tutti gli altri componenti della giornata (gruppo speleo di Pordenone, di Sacile e Stefano del gruppo di Grigno che ci avrebbe fatto da guida).
Verso le 9.15 arrivano tutti ma di Furio (Davide ndr.) nemmeno l’ombra.
Daniele: “Ehi dove sei? Io sono davanti alla chiesa piccola e dietro all’altra chiesa con il campanile”
Esatto! A Grigno ci sono 2 chiese a ben 30 metri l’una dall’altra o forse il campanile è la sede staccata, chi lo sa.
Davide: “Ok arrivo” […] “Sono nel piazzale dietro la chiesa piccola”
Daniele: “Guarda che dietro la chiesa piccola c’è un bosco”… “Sei sicuro di essere a Grigno?”
Panico, seguito da momenti di silenzio imbarazzanti
Davide: “Sì il navigatore mi dice di sì”
Io: “Ti mando la mia posizione. Mandami la tua così vedo dove sei”
Ecco dove era...
Finalmente, ricompattato tutto il gruppo, ci dirigiamo verso la sede del Gruppo Grotte Selva dove ci cambiamo in fretta e furia per via delle temperature non proprio tropicali. Il paese di Grigno è all’interno della Valsugana che, in quel punto, è molto stretta con pareti rocciose molto alte, per cui d’inverno è difficile/impossibile che i raggi del sole riescano ad arrivare ad illuminare il fondovalle. Per questo motivo la temperatura è sempre bassa e si è potuto formare uno strato di nevischio che ha ricoperto qualsiasi cosa. Non essendoci grossi sbalzi di temperatura, il ghiaccio ha potuto lentamente accrescersi e cristallizzarsi in questi simpatici e fotogenici ciuffi aciculari.
Ciuffetti di ghiaccio - Foto A. Ciampalini
Ci incamminiamo verso l’entrata della grotta e lungo la strada io, Furio e Narvalo (Daniele) intavoliamo conversazioni di cultura cinematografica fino al momento in cui quest’ultimo commette un atto di lesa maestà… dice di non aver mai guardato Jurassic Park. Non considerando il fatto che gente è stata uccisa per molto meno, mi chiedo come possa studiare geologia e non aver mai visto questo capolavoro senza tempo (non si accettano critiche su questo).
In marcia

Attraverso gli alberi si può osservare l’imponente parete rocciosa dolomitizzata con la stratificazione evidentemente inclinata; inclinazione che, come scopriremo, ha influenzato la formazione e l’andamento delle condotte carsiche.
Parete rocciosa e stratificazione - Foto A. Ciampalini

Arrivati all’entrata della grotta ci domandiamo tutti quale sia il motivo del nome “Grotta della Bigonda” e l’unica spiegazione (ovviamente stupida) che ci viene in mente è che sia l’unione delle due parole “big” (grande) e “onda”, dal momento che le gallerie che andremo a visitare sono tutte condotte solitamente in pressione, ovvero costantemente piene d’acqua.


Visto che non ci sono ancora cresciute le branchie e non abbiamo sviluppato la capacità di respirare sott’acqua, per accedere a questo enorme complesso carsico scoperto nei primi anni 50 del secolo scorso (anche se all’interno abbiamo trovato scritte risalenti al 1944) abbiamo dovuto chiedere al Gruppo Grotte Selva di attivare la serie di tubi che permettono lo svuotamento dei numerosi sifoni.

Gruppo in entrata. Sarà uguale a quello in uscita?
Ascoltando l'intro - Foto A. Ciampalini
L’interno si presenta fin da subito diverso da quelli a cui sono solitamente abituato. Condotte molto pulite, perfettamente scavate lungo i giunti di strato (perché l’acqua trova minor resistenza) con un pavimento inclinato ma quasi perfettamente piatto. Per questi motivi la sezione di queste gallerie è di forma ellittica, molto allungata lungo un asse, piuttosto che essere perfettamente circolare come ci si aspetterebbe di trovare in “normali” condotte freatiche.
Condotta freatica ellittica scavata tra 2 strati - Foto A. Ciampalini

Dopo circa mezz’ora di cammino arriviamo alla Grande Diaclasi, un saltino di una decina di metri sviluppatosi come una fessura verticale abbastanza stretta da discendersi in libera. Anche Roberto neo-speleo del gruppo di Pordenone, denominato “balenottero azzurro”, è riuscito a farla, nonostante all’inizio avesse l’ansia di rimanere bloccato. Grande Robertino!
Proseguiamo trovando sempre questa forma ellittica dei canali che ci indica la strada. Oltre al pozzetto da fare in libera le uniche “difficoltà” un po’ più impegnative sono state i vari laghetti da dover superare. Impegnative perché chi, senza stivali, voleva far di tutto per evitare di bagnarsi. Scene di contorsionismo degne del circo di Moira Orfei.

Dove ci si infila pur di non bagnarsi
Piccola condotta freatica con laghetto finale - Foto A. Ciampalini
Passaggio di un laghetto/sifone - Foto A. Ciampalini
Entrati verso le 11.00 siamo usciti all'incirca alle 3. Non male per aver fatto un giro abbastanza lungo, in 14 persone (6 del G.S.P, 6 di Pordenone, 1 di Sacile e Stefano del gruppo di Selva che ci ha fatto da Cicerone), con una diaclasi da scendere e risalire in libera e con 4-5 laghetti da superare in andata e ritorno.

Rabosello (Alberto)